Vecchio mio, abbiamo fallito, tu con i tuoi tentativi letterari, io con i miei tentativi pittorici. Quanti tentativi un tempo. Il mondo continua a produrre odio e distruzione e la colpa è nostra. Abbiamo fallito. Hanno fallito la politica, il dialogo, la scienza, l’arte. Vince solo il profitto capitalistico. Non potendo credere che tu sia morto, dico: non sei morto, sei qui, ma se sei davvero morto sono morto anch’io. Il mondo dove pascoliamo oggi è sempre più ignorante. La colpa è nostra: tua, perché pensavi di perdere tutto compromettendoti con l’ignoranza; mia, perché non avendo nulla da perdere ho taciuto sull’ignoranza che imperversava ovunque, euforicamente.
Dove mi trovo? Questa è una tela, ancora una tela, bianca? Non avevi smesso?
La Pittura, così inutile, morta, non è mai stata vera come ora. Quando te ne sei andato avrei voluto smettere di dipingere, per sempre, ma poi successe una cosa. Mi trovavo al Campo Santo di Pisa, nel 2014, poche settimane dopo la tua morte. Mi trovavo davanti a frammenti di affreschi, mani di angeli. Attraverso quelle mani, al Campo Santo di Pisa, quel giorno, sentivo che tu mi parlavi. Dalla primavera di quell’anno mi sono sentito finalmente libero, anche da te, di dipingere le figure umane che avevo nella testa. Forse, quel giorno, ci siamo salutati veramente per l’ultima volta. Nel grande sogno della pittura, sentivo che avrei desiderato precorrere tutta la Pittura del passato. Da quel momento, in realtà, ti sentivo più vicino che mai. Solo tu, realmente al Campo Santo di Pisa, in quel luogo appartato, avresti potuto capirmi, sopportarmi, compatirmi. A volte, durante la nostra vita, capivi di non capirmi e allora ti chiudevi. Anch’io, a volte, capivo di non capirti e ne soffrivo. Oggi sono più vecchio e attrezzato, potrei dirti molte cose, aiutarti e essere aiutato da te. Allora ti ascoltavo, ma non potevo aiutarti. Inoltre, alla fine della nostra amicizia non hai saputo, ne voluto, fare tesoro dei miei errori, ripetendoli ingenuamente. Non ho mai voluto condividerti con nessun’altro. Alla fine, non ho voluto seguirti nei tuoi errori, già stati i miei errori. Capivo il tuo smarrimento, a tua insaputa. Per la prima volta, almeno ai miei occhi, accadde l’irreparabile; non sapevi di non sapere. Ci allontanammo. Pensavi di sapere, invece non sapevi, di colpo non sapevi più nulla. Compagnie ammalianti presero il sopravvento e ti smarristi, cattive compagnie, davvero inadeguate; inadeguati i quadri, goffi manufatti di pittori superstiziosi, bigotti, mercenari. Comunque ti rimpiango, con te potevo parlare di tutto riuscendo a sopravvivere. Oggi, in ogni luogo della Terra, devastato, fognoso, squallido e deprimente, io riuscirei a parlarti di ogni cosa, anche solo pochi minuti, prima di salutarci nuovamente. Se tu fossi qui realmente e non come ombra, ti direi che ci sono alcune cose ancora da fare, forse un quadro, forse una poesia, un breve racconto, un brevissimo saggio, comunque dei tentativi, per quanto disperati.
No, non ho smesso di dipingere e tu non puoi vedere nulla dei miei dipinti, proprio nulla anche se sei qui, stranito, come se non fosse successo nulla, non ricordandoti niente di niente. Cancello e ridipingo in continuazione i corpi tanto cari anche a te. So che non puoi sentirmi, ma sappi, pur non essendo facile riconoscerti, che sono vicino a te. Non mi credi? Non ricordi niente? Sono trascorsi dieci anni. Cos’hai fatto durante questo tempo? in questa pianura della dimenticanza, dove ciascuna anima perde il ricordo del suo passato? Sai, sono depresso come te, anche frustrato come te, impoverito, senza identità, ma col dono, inaspettato e fragrante, di sentire con le dita una nuova serenità, forse la felicità. Dunque, viva le dita, anche di una sola mano e viva la libertà, l’essere liberi, moralmente liberi, almeno su una tela. I primi anni, dopo che te ne sei andato, ti immaginavo sempre fra quelle due nuvole lumeggiate dalla Luna, come nel cielo di questa sera, le vedi? dai contorni simili a coste marittime, insenature, golfi. Ti vedevo sempre vicino a una stella molto luminosa, fra quelle due nuvole, forse un pianeta. Eri tu nel tuo mare con la tua lampara, al largo del tuo golfo.
Avrei voluto scriverti delle lettere come ai vecchi tempi, quando ricevevo le tue a New York, quando ti spedivo le mie a La Serra di Lerici. Ma te ne eri già andato. D’altronde le lettere più belle sono quelle che ci piacerebbe scrivere ai nostri morti. Abbiamo trascorso buoni anni insieme, condividendo una buona causa, in quel punto irripetibile della vita che non coincide con sistema alcuno. Sono stati gli anni più importanti per noi, i primi del decennio degli anni Novanta. Per me, cioè per noi, contano solo quelli, il resto l’ho dimenticato senza sforzo. Quando parliamo, frequentemente parliamo, nemmeno le tenebre sono oscure e la notte è chiara come il giorno. Forse ci incontreremo ancora, come adesso, saremo meno che ombre, ma ugualmente godremo e gioiremo di ciò che staremo creando nuovamente. Come va? Non dici nulla? Un lembo dello straccio che indossi sventola leggermente per una leggera brezza. Ti ricordi le brezze? che felicità le brezze. Ricordo i nostri momenti migliori in silenzio sulla tua terrazza nell’azzurro cobalto del mare, le sere, il giardino. Argomenti preferiti: sull’impossibilità di scrivere, tanto meno romanzetti; sull’impossibilità di dipingere, tanto meno quadretti da degradati imitatori. Sei praticamente nudo, te ne sei accorto? Gli ultimi tuoi mesi di vita devono essere stati complicati, molto complicati anche per la persona che veramente ti è stata vicina.
Si, ma ho l’animo sereno, più o meno, anche se mi ricordo poco, quasi niente. Mi ricordo poco anche di te.
Con Patrizia ho visto un Guarino a Gravina di Puglia: La salita in Paradiso delle anime del Purgatorio o Madonna del Suffragio. Se tu fossi stato con noi davanti a quella pala d’altare, saresti partito insieme alle figure efficacemente dipinte da quel pittore. Ma sei già partito dieci anni fa. I ricordi, quelli si, sono puri e presenti, come sporgenze sul mare. Ho goduto nel vederti apparire la prima volta, un secolo fa, e ho goduto nel vederti l’ultima volta, sperando che non fosse l’ultima. Ma tra noi era già tutto finito.
Ma cosa vuoi, sono così stanco.
Ora che ti rivedo, anche se non sei proprio colui che ho lasciato, ti dico: ci sono anche ricordi repellenti, i ricordi di certe facce sprezzanti e vanagloriose, smorfie vanagloriose, smorfie di pittori ottusi che hanno solo creduto nella loro ottusità. Anche le mie foto da giovane artista sono ridicole e ho cessato di conservarle già da tempo; tranne un paio scattate da te, decisamente meno ridicole delle altre. Ti dico un’altra cosa: ora che sono prossimo alla vecchiaia, so che in Pittura ogni ipotesi di morte o di strenua durata conducono entrambe alla felicità.
Mi senti? no, non mi puoi sentire. Io ti vedo, ma vedendoti vedo solo colui che mi manca. Io non ti manco, ma tu mi manchi. Forse non ti sono mai mancato, dopo che ci siamo persi, ma tu mi sei sempre mancato. Brancoli? Brancolo anch’io. Brancolare è tutto: brancolamento della mano, del pennello, di ogni avanzare. Brancolamento delle mani nella loro spinta impressa sulla tela, nel vuoto. Brancolare, alla fine è tutto.
Non mi ricordo niente, me ne sono andato dieci anni fa? andato dove? e da dove? Aspetta, non te ne andare. Ho scritto qualcosa, ti facevo leggere qualcosa, non avevo il coraggio di leggere ad alta voce, non mi usciva la voce.
Non ti usciva. Hai scritto molto, hai tentato molto, hai gettato molto. Hai iniziato dei racconti, ma è mancato lo sviluppo. Ma che importa? Più ti penso e più mi sembra di essere qui fin da prima di conoscerti. Ci siamo incontrati davvero molto tempo fa, a Brera, al Padiglione in via Palestro. Eri sulla quarantina, io giovanissimo. Gli anni erano di uno squallore opprimente, tutto era opprimente, la grande moda degli stracci per ricchi era opprimente, l’Arte Povera al suo culmine era opprimente, la Pittura GIVE ME FIVE del momento era opprimente. Tonnellate di quattrini opprimenti e devastanti. Squadre di fanatici, devastanti. Squadre di addetti ai lavori, devastanti. Squadre di scimmiottatori mercenari, devastanti.
Io mi rifugiavo da te, un treno e via. Spesso mi rifugiavo in via Plinio da tua madre. Sempre stato bene con i vecchi, con le nonne. Ma il vero rifugio era da te, giù al mare, sul golfo. Del mare non me ne fregava niente e non me ne fregava niente di tutti i poeti di quel mare, di quei posti di vacanza e di tutti i tuoi ricordi. M’importava solo chiudermi nella tua piccola dimora, come in una prigione ideale dove nascono i pensieri veri. Volevo chiudermi dentro, lì con te e vomitare tutto. Tu mi accoglievi, ma non è bastato. La mia consapevolezza asistematica ti attraeva, ma era troppo libera per te, fatale per me. Ti ricordi?
Niente di niente.
Beh, può essere un inizio, essere con te, qui, in una nuova ignoranza, non sapendo più nulla se non che siamo qui, nel fondo di una nuvola, nel fondo della nostra opera senz’opera. Avanti non si va, indietro nemmeno. Dopo dieci anni siamo qui, anche se ti riconosco a malapena. Dieci anni fa ti sei ammalato e sei morto. Te n’eri andato già prima e me n’ero andato già prima anch’io. Ti lasciai, senza una parola, molti anni prima, perché mi dimostrasti di non capire la portata dei miei errori, ripetendoli a tua volta. Reputai, drasticamente, di lasciarti in pace, tranquillo di consumare le tue false compagnie, i tuoi primi e ultimi veri errori, insanabili. Tu sei morto, ma sei vivo in me; io sono vivo, ma sono morto in te. Siamo a malapena riconoscibili e abbandonati all’inoperosità eterna. Rileggo sempre qualche tua poesiucola. Tu non le puoi ricordare ma io si, le rileggo in questo tempo che svuota senza riferimento alcuno.
Poesiucole? Ma tu dipingi ancora? ma non ti avevo detto, suggerito, di smettere? mi sembra di ricordare che non servisse più a niente, il dipingere, il fare mostre ...
Sei sveglio allora. Si, dipingo ancora. Dipingo per te, spesso ti incontro sulla tela, ottima, di lino, carica di aspettativa, bianca, luminosa, assolata. Dipingo nella convinzione di incontrare qualcuno, fuori da gesti mercenari. Non c’è più tempo, dipingo solo per conoscere qualcuno sulla tela, qualcuno che s’avvicini a te, a me. Le possibilità reali della libertà, al di qua della tela, diminuiscono velocemente e nessuno ha il discernimento e il coraggio di sostenere un artista sconosciuto, nella propria solitudine essenziale. Tu mi capivi ma non potevi aiutarmi. In fondo, tutto quello che non hai potuto fare per me è stato giusto. E’ stato giusto tutto quello che anch’io non ho potuto fare per te. Abbiamo goduto di quel tanto che basta per poi ritrovarci a non poter fare niente l’uno per l’altro. Brindavamo alla nostra salute intellettuale, increduli, spaventati, consegnati in un vuoto incolmabile. Ritenevamo le nostre “calate”, indispensabili. Era sufficiente la nostra vicinanza per sopportare il vuoto universale ovunque, nelle strade, nelle notti. Hai tentato un tuo pensiero e il solo tentativo, il poco che hai pubblicato, pur nella brevità, è stato più illuminante delle tonnellate di insulsaggini epigonali, sciacallaggi sistematici, sversati nel nostro cervello. I tuoi scritti, quelli veri, mai ristampati, non servono a nessuno tranne a coloro che sanno dove allungare le dita in cerca di un piccolo pensiero, oggi, domani, ieri, non importa. Tu li hai scritti e questo basta. L’amore non ha bisogno di lettori, ha bisogno di gettarsi nel vuoto. L’amore ha bisogno di pensare a voce alta tutti i giorni, girare per le strade del mondo e vivere nel sogno che ci unisce tutti; altro che libri, editoria, saldi, profitti, pubblicità. Chi s’illude di durare, dura solo la durata del suo supplizio, il supplizio della vanagloria.
Vanagloria?
Noi non siamo fatti per durare, io e te non siamo fatti per durare, abbiamo tentato qualcosa e un giorno, forse domani stesso, il desiderio di ritentarci ci sfiorerà nuovamente. In un eterno presente, guardandoci tutti negli occhi e riconoscendoci, esiste solo la ricerca di un pensiero, la nostra voce, il nostro valore intrasmissibile ma rinnovato ogni giorno.
Mi hai sempre detto molte cose, molte me le hai taciute, su molte cose ti piaceva tacere, ma su molte cose potevi non tacere, carta, penna e via: non tacere su niente. Mi viene in mente tuo padre. Ho visitato una piccola mostra sui suoi Anni Trenta del Novecento. Tuo padre è un grande colorista, niente a che vedere con i pittori venuti dopo, per lo più imbratta colori, superstiziosi e volgari. Rimirando alcuni quadri di tuo padre da vicino, l’anima del colore da vicino, ho rimirato le nostre vite, la mia e la tua, in un senso più profondo. Si sono riaccesi i ricordi delle nostre giornate di luce, di sabbia e profumo di macchia. Davvero un grande pittore tuo padre, l’unico che abbia agito bene con il colore, in anni lontani, già carichi di nefandezze come i nostri, ma ancora credibili per concentrarsi sul colore, la luce, la vita. Beato tuo padre che ha potuto contare su di te. Ciò che hai scritto sulla sua pittura, dimenticata quindi ancor più libera, ti fa onore.
Non so di cosa parli, mio padre? non ricordo niente, non so niente di niente.
Stai sereno mio caro amico, anch’io non ricorderò niente di niente.
Da alcuni anni faccio delle foto e in molte ci sei tu, non ti si vede ma ci sei, siamo entrambi fuori campo. Mi soffermo su angoli di spazio dimenticati, cogliendoli nel mio studiolo mentre lavoro, mentre mi perdo con la mente. Uso una piccola Canon di quaranta, forse cinquant’anni fa. Inquadro, faccio click ed è tutto finito. Poi aspetto, immaginando la foto che vedrò. Aspetto anche mesi prima di far sviluppare il rullino. Potrei non svilupparle mai, esisterebbero comunque per me. Attraverso queste foto vedo luoghi abbandonati, un tempo vissuti da artisti ormai lontani, perduti in un qualunque decennio del secolo scorso. Le foto sono piccole di formato, dieci per quindici e le puoi tenere in mano come quelle, in gran quantità, che abbiamo maneggiato per tutta la nostra vita, prima dell’avvento del digitale. Potrei farne una mostra, sempre in qualità di pittore e non di fotografo e vendere tutto. Un quadro, per me, vale più di tutto; ma una foto, a volte, può valere più di un quadro. Mi piace davvero tanto guardarle, come fotografie raccolte per caso, dimenticate chissà da chi, ritrovate spostando un mobile. Lì dentro io riconosco tutto e tutti. I negativi li butto.
Dopo dieci anni dalla tua morte, nutro ancora il desiderio di mostrarti qualcosa.
Ma ora scusami, dovrei rientrare, non so veramente dove, ma devo andare, non posso più stare con te. Devo tornare dalle mie anime in pena, i miei pochi quadri che non riuscirò mai a finire. Da queste parti, ormai, solo attacchi di panico che compromettono tutto. Ma mi raccomando vecchio mio: la prossima volta, prima di sparire di nuovo, avvisami tu.
2024