Alla fine degli anni novanta mollasti tutto

Alla fine degli anni novanta mollasti tutto, perché?

In realtà non mollai niente, mi presi del tempo, poi ci provai gusto. Non volevo più vedere né sentire nessuno, volevo essere libero di pensare alla pittura che attendevo da sempre e che non era quella che avevo realizzato in quegli anni. Smisi di far vedere i miei quadri e periodicamente li gettavo come esperimenti malriusciti. Indisturbato, ho trascorso il mio tempo fino a oggi, sempre convinto a non mollare, anche in una forma più appartata e segreta. La pittura che attendevo arriverà molti anni dopo.

Avevi rapporti con il mercato.

Assai scarsi, anche se sono molto grato alle persone con cui ho lavorato. Ero indifferente al grande mercato rionale del mondo globale, oltre il quale non c’è niente, ma solo lo spazio cosmico che ci avvolge, ignorati per svariati anni luce di totale solitudine. Altro che mercato.

Avresti potuto vivere del tuo lavoro.

I galleristi con cui lavoravo hanno venduto molti miei quadri, troppi. Io ero giovane e non capivo. In realtà, proprio perché giovane, avrei dovuto capire ciò che mi è chiaro solo oggi. Perché bisognerebbe vendere i propri inutili quadri, per vivere? Oggi trovo ributtante vendere quadri che sono banalissima merce prodotta da banalissimi individui che , come me, sono nati e cresciuti come inutile merce. E’ ributtante pensare dove possano finire i nostri preziosi quadri, ovvero nelle nostre casette, altrettanto ributtanti. Un artista, per vivere dignitosamente, deve tagliare i ponti e lavorare veramente, praticare un vero mestiere. Da quando pratico un mestiere artigianale , rubo più tempo possibile alla pratica del dipingere le così dette “Opere d’Arte”. Dipingo solo “durante il mio senso di continuità a singhiozzo”, come dice la Rosselli, la poetessa che amo di più. Solo una mezz’ora, è una mezz’ora che funziona dato che, in fondo, il tempo non esiste. Se invece sei un trombone e vuoi rimanere ben saldo alle idiozie che dipingiamo e che vendiamo, devi dipingere tutti i giorni, consumare la vita fagocitando robaccia per infimi mercatini d’alto bordo, senza vergogna. Da queste parti del cosmo siamo tutti tromboni, chi più, chi meno.

Ti sei preso tutto il tuo tempo e sei scomparso dal sistema dell’arte. Eppure provenivi da anni stimolanti per la Pittura, come gli anni ottanta, gli anni novanta, la Transavanguardia, il Neoespressionismo.

Con quel genere di stimoli (che ho attraversato con tutta la consapevolezza possibile) non vai da nessuna parte. Ti fanno vivere esperienze lucrose, ma inutili. La Transavanguardia è stata per me un fenomeno obbrobrioso e pure il Neoespressionismo tedesco, Pop, austriaco e statunitense che fosse, compresi gli scimmiottatori. Tieni conto che tutta la pittura fatta dopo il 1968 non mi interessa, almeno fino a oggi. Sai una cosa? A volte mi piace pensare ai miei quadri di oggi come a quadri realizzati da uno degli artisti dell’Arte Povera che avesse riscoperto la pittura, avendo abdicato dall’Arte Povera stessa. Uno di loro, scegli tu.

No, gli artisti dell’Arte Povera non avrebbero mai potuto cimentarsi nella pittura ...

... altrimenti non avrebbero inventato l’Arte Povera, certo. Qualcosa di imbarazzante qualcuno di loro l’ha dipinta, i più vecchi quando erano giovani. Trovi strano questo mio pensiero, cioè che uno di loro (ormai tutti morti) avrebbe potuto dipingere gli stranissimi corpi che dipingo ora? E’ un pensiero che attraversa la mia mente come un alito di vento, proprio quello che non c’è nell’Arte Povera, dove tutto è fermo, rigido, imbalsamato e di buon gusto, il buon gusto dell’Arte Povera, quel buon gusto nocivo per l’arte e per l’Arte Povera. Forse solo in Fabro c’è un alito di vento. Sui social, c’è chi definisce la Pittura una lingua viva. Sembra il titolo di uno scadentissimo film porno anni ottanta.

Ma allora chi sono stati i pittori che ti hanno influenzato e quando hai iniziato a dipingere?

Quando ho smesso, vorrai dire. In realtà è come se avessimo smesso tutti già da parecchio tempo. Forse persino Picasso smise di dipingere pur dipingendo fino al suo ultimo giorno. Io sono rimasto fregato fin da bambino, ho sempre solo disegnato fin d’allora, non ho mai più potuto fare altro. Durante l’odiato percorso scolastico, trascorrevo tutto il mio tempo disegnando. In realtà ho creduto fino in fondo al mio essere perduto, eclissandomi in una pratica folle, inutile, escludendo tutto e, alla fine, da adulto, anche il sistema dell’arte. Fin da bambino ho disegnato e dipinto l’impossibilità stessa di disegnare e dipingere. Ho dipinto e disegnato questa impossibilità tutta la vita, godendone sempre. Nessuno ti può aiutare, tanto meno un sistema, nemmeno il sistema dell’arte. E’ andata così, ciò che doveva accadere è accaduto, i desideri non c’entrano. Non ho mai voluto sposarmi, e non ho mai voluto figli. Siamo ugualmente tutti sangue dello stesso sangue. Non ho mai voluto progettare niente. Per me esiste solo la Pittura, la sua impossibilità già da quando ho iniziato a disegnare, fin da bambino. Capisci? Una gran fregatura, ma è andata così. Nella sua spaventosa inutilità, la pittura è l’unica cosa che conta per me, così morta da far rabbrividire di gioia. Non mi interessa altro, tanto meno un pubblico, un sistema, un mercato. Solo un artista che non si crede un artista può credere in questa follia, questa fregatura, accorgendosi che non è più necessario essere un artista, appunto.

E gli artisti che ti hanno influenzato?

Nessuno mi ha influenzato al punto da indurmi a dipingere, seguire le orme. Come ti ho detto, ho cominciato da piccolo con matite, pastelli, tempere e biro, chiudendo ogni varco di influenze. A un certo punto, però, è successo qualcosa.

So cosa è successo. Hai scelto per tempo i tuoi maestri, pochi, anche se non ti piace definirli tali e te li sei tenuti stretti tutta la vita, cosa assai rara.

Da giovane, diciassette, diciotto anni circa, sfogliando dei cataloghi, ho scoperto il vero amore scoprendo di essere amato a mia volta. Per incanto alcuni pittori sono apparsi nel mio spazio interiore. Non mi hanno influenzato. Mi sono sentito perduto, perdutamente in ritardo, sentendo perduti anche loro, artisti che hanno dipinto quadri meravigliosi fra il 1958 e il 1965. Fu un felice trauma. Sentivo che avevano ucciso la pittura per me. Sentivo che dietro a quel gesto si celava un’insofferenza reale, un’ansia di riscatto, un vero salto nel vuoto. Roba da secolo breve, mi viene da pensare oggi, anch’io nato nel secolo breve. Incontrandoli, ho capito di essere innamorato e perduto. Avrei voluto essere loro. Nacque in me una forte empatia per una stagione artistica non vissuta. Nessuna emulazione, mai, mi spinse verso di loro. I quadri che dipingo ora nascono dall’amore che ho provato e che provo ancora per loro. Non è facile da capire, ma è così.

So di chi parli, nominiamoli.

Motherwell, Novelli, Twombly. Aggiungo anche De Pisis che già guardavo sui libri durante le maledette scuole medie dell’obbligo, maledetti anche gli appelli ogni mattina.

Ma cosa c’entrano con te questi artisti? Questi importanti incontri?

C’entrano eccome. C’entrano perché io non c’ero. Nacquero così i miei pensieri di artista perduto, fuori dalla Storia, profondamente innamorato. Vedi, io voglio solo custodire quello che ho dentro, lontano da tutto. Alla mia età, abbastanza stufo anche delle nostre vite, voglio pensare solo alle cose che ho amato e che amo ancora. I pittori di cui mi sono innamorato allora, per me sono vivissimi. I pittori di oggi, giovani o vecchi, non mi interessano, svolgono attività professionali, anche i più affermati sono ridicoli, tutti dipingono scemate da vendere e basta. Tutto si vende e i mercati sono tutto. Ahimè, io vivo attaccatissimo ai miei amori, morti e stecchiti. Non c’è nessun artista che possa distogliermi dai miei vecchi amori. Vuoi mettere Throw of Dice di Motherwell? Vuoi mettere Rosso fiore della Cina di Novelli? Poi ti dico: per una veloce presa dello spazio, potrei guardare anche una Liz, double o triple; o un solo quadro di Basquiat intitolato Riding with death. Oppure vuoi mettere il Ritratto di Vollard, di Picasso? In un certo senso, siamo ancora tutti nipoti di Picasso. Ma il sogno rimane Il Tributo alla Brancacci: quelle figure di apostoli, unite e spaesate allo stesso tempo, a cielo aperto, mi fanno venire il capogiro, sentendomi incluso, ma non da spettatore.

L’amore è l’amore, però ho una certa difficoltà a pensare alle figure umane che dipingi oggi e al contempo ai quadri dei tuoi amori.

I motivi ci sono e riguardano lo spazio, proprio lo spazio che non c’è in tutta la pittura successiva, compulsiva e soffocante, totalmente inutile. Del resto, tutto è inutile, dovremmo occuparci d’altro, rinunciare alle nostre scemenze artistiche.

Non capisco, potresti essere più chiaro?

Più di così non riesco. Però ti dico una cosa: qui ci si suicida. In queste mie tele le figure cercano di dire tutto a tutti i costi, con un bel colpo di coraggio, secco. Devono trovare dello spazio. Se penso a queste figure, mi chiedo come siano finite lì dentro e perché. Forse si sono davvero suicidate. Lo spazio accoglie figure suicidate. Giunte lì riaprono gli occhi, trovandosi nello spazio di un quadro. E’ la cesura netta, meravigliosa, di una figura con il proprio corpo in primissimo piano, con me. Nulla è più reale di ciò che dipingo, di ciò che vedo.

Credo di non seguirti più, non capisco.

Nemmeno io. Perché dovremmo capire? Non sappiamo se ci sia veramente qualcosa in quello spazio, ma finché la figura non si trova lì non possiamo sapere niente, anche se le possibilità che ci possa parlare, comunicare, sono scarse. Ad ogni modo l’unica fuga, l’unica vera via d’uscita da questo mondo rimane la pittura, sempre nello stesso eterno momento, prima che mi vengano a prendere, torturare, uccidere, prima che cada una bomba, prima di morire, comunque. Vorrei proprio che una mia figura, da quello spazio, possa ancora vedere qualcosa.

Come fai a conciliare le finiture d’interni e l’arte?

Un mestiere ti salva, l’arte no. Un mestiere ti da la dignità, il sistema dell’arte te la toglie. E’ così, non puoi farci niente. Le pareti da tinteggiare sono accoglienti e rullare è come vogare nel tempo. Non ho mai scelto niente in vita mia, mi sono fatto scegliere e basta. Non è poi la stessa cosa? Mi son fatto scegliere da un talento precario già da bambino, deresponsabilizzato dalla vocazione stessa e vivendo, come unica responsabilità, l’assenza totale di responsabilità, fino ad oggi. Non ne sono particolarmente fiero, ma rifarei tutto da capo. Anche l’amore non si sceglie, lo si incontra e basta, una sola volta nell’eternità.

Ti sei fatto scegliere anche dal mestiere?

Si, dal primo vero artigiano che ho incontrato, mi è andata bene. Il mestiere è bello e di cose belle ce ne sono poche a questo mondo. Il livello di concentrazione non è differente tra il dipingere una parete con dell’ottimo traspirante appena macchiato e dipingere una testa con gli occhi chiusi o aperti, che guarda nell’aldiquà, nel verminaio. L’importante è riuscire a preservare l’antica gaiezza, se ce la fai.

Già, la famosa gaiezza. E l’olio? la pittura a olio? Credo non ci voglia molto olio per dipingere una figura come la intendi tu.

Basta solo un grammo di merda per dipingere un corpo. Un grammo può davvero bastare. Rosso di Marte, una punta è sufficiente. Lo applichi alla tela con ogni patetico strumento, tipo straccetto, dita, cotton fioc. Basta poco per rimestare in un grammo di merda, veramente unica da queste parti della galassia. I colori li ho bruciati tutti. Solo con una punta di Rosso di Marte riesco a ricordarli. Questa poca merda dal colore Rosso di Marte arriva da lontano.

La tela che, a parte la figura umana, lasci del tutto non dipinta, lo sai che un giorno non sarà più così bianca?

Lo so e allora? Quando guardo un mio quadro, guardo un dipinto e nient’altro. Nessun incidente o deperimento potrebbero comprometterne il senso profondo.

Non te l’ho mai detto, ma ogni volta che guardo un tuo dipinto con due corpi appaiati e sospesi nel vuoto, vicini senza toccarsi, penso a Fontana.

Hai ragione, proprio due figure che non si toccano, come due tagli di Fontana. Due figure morte che non si toccano, come due tagli morti di Fontana.

Da dove arrivano questi corpi a cui già pensavi decine d’anni fa?

Ci pensavo da sempre, anche quando, davvero molti anni fa, dipingevo stupende opere astratte dai colori molto intensi.

Quali sono i pittori figurativi che preferisci, che ritieni più interessanti, dato che da alcuni anni dipingi figure umane?

Veramente nessuno. Non ho mai amato i pittori figurativi, realisti, del ventesimo secolo, quelli che hanno dipinto figure umane seguendo direttive espressioniste, neoespressioniste, illustrative, Pop, o che proiettavano foto sulla tela replicando donnine in mutandine che scendono le scale o roba del genere. I pittori figurativi di oggi mi interessano ancora meno. Io ho mollato tutta la pittura astratta che dipingevo, concedendomi tutto il tempo per cercare una figura umana nel suo spazio universale, fuori da tutto: dal Realismo, dalla cultura Pop, populista, social, da ogni stampella tecnologica. Voglio dipingere una figura solo come penso di vederla nell’aldilà della pittura, ferma nella sua unica necessità morale. Dovevo risvegliarmi da un lungo sonno, anche se ricchissimo di sogni e continuare a dipingere ciò che avevo sempre dipinto: una figura umana, un volto, persino un paesaggio o un animale, se occorre.

Hai dormito un po’?

Molto. E’ stato comunque meraviglioso.

Prima dicevi di dover continuare a dipingere ciò che avevi sempre dipinto. Quando?

Tempo fa, pochi secoli fa, insomma sempre.

Hai baipassato Bacon, con astuzia.

Più che con astuzia, con vera passione ed è successo davvero molti anni fa. In arte devi trovare il meccanismo in cui credere e procedere, trasmettendo un briciolo di poesia, se ti riesce, poesia che in Bacon è del tutto assente. A New York, sono passati più di vent’anni, dipingevo ancora quadri astratti davvero impressionanti. Poi ho iniziato a frequentare molte sue opere assiduamente, di ogni periodo, comprendendolo in profondità e metabolizzando la sua messa in scena seriamente. C’era davvero poco da ridere. E’ stato uno strumento imprescindibile, da me superato, non avendo mai avuto bisogno di cibarmi di pittura realista baconiana, delle sue ridicole bocche urlanti da comizio nazista, delle sue stanzette da camera della tortura tipo Stasi, tipo elettroshock, di tutti i suoi fronzoli. Fortunatamente per me, mi sono risvegliato da quel lungo e meraviglioso sonno, di cui ti dicevo, e un alito di vento ha spazzato via tutto. Mi sono trovato nudo davanti alla tela, anch’essa spoglia. Mi sono guardato e i corpi hanno iniziato ad arrivare da lontano, lentamente. Quello che sento oggi era già un presentimento da ragazzo, nonostante fossi attratto dall’Arte Povera, soprattutto dal Postminimalismo. Ma è passata una vita, ho preferito crescere e lasciarmi tutto alle spalle, tranne i corpi che vengono da lontano, che in fondo desideravo già da bambino, protetto dalla mia immensa fregatura.

Non ti sei mai perso.

Non hai capito niente. Mi sono perso fin da subito, sono nato perduto. Il disegno, poi la pittura, sono stati l’unica sponda per me, ma per perdermi. Sapevo che sarei rimasto lì, che non sarei andato da nessuna parte, non so perché ma lo sentivo veramente e dentro di me provavo un benessere interiore indescrivibile. E’ molto strano ma è così. Oggi godo ancora di più la pittura, quel poco che esce mi esce veramente, almeno per me. Un grande tizio che adoro, nei suoi diari scrisse: “continuate a ballare, porci. Che c’entro io ?”. Quando ho mollato tutto, come dici tu, non volevo più essere controllato, non volevo più fare quadri ed essere controllato da chi vende quadri. Attraverso il sistema dell’arte non si va da nessuna parte, non si va da nessuna parte comunque. Con un dipinto non si va più da nessuna parte. La vera luce è trattenuta dalla pittura di qualche secolo fa. Oggi, la luce vera, non sorge dalle nostre ridicole pitture.

Ricominci con le complicazioni.

Se incontri la pittura e la sua luce, la incontri fuori dall’arte e dal suo sistema. Persino la parola Arte non mi dice più niente.

Dove vivi?

Dove sono, dove vivo … in fondo non vivo da nessuna parte, forse non sono mai stato da nessuna parte tranne che a Cusano Milanino, moltissimi anni fa. Neppure a Milano, anche se ci sono cresciuto, eccome. Mai stato a Torino, i due anni di Torino. Mai stato a New York, i quasi tre anni di New York. Quindi, forse, non sono nemmeno a Parma, anche se ora a Parma ci vivo, ci vivo con Patrizia. Ma a Cusano Milanino si, ci sono stato, ben saldo fin da piccolo al mio disegno assurdo. Sono legato a quel posto, nella mia piccola vita è successo tutto lì. E’ lì che io e Patrizia ci siamo incontrati. Insomma, vago e continuo a vagare senza fissa dimora.

Si, è a Milanino che hai incontrato Patrizia. Eravate giovanissimi. Forse incomincio a vedere qualcosa in ciò che dici.

Desidererei tanto estinguermi in un quadro e incontrare colui, o colei, che ho dipinto, incontrarla fuori dalla rappresentazione, fuori da tutto e dire: “anche tu qui, sei proprio tu”. Il tempo non mi manca, anche se invecchiando si riduce. Il tempo per attendere ce l’hai solo molto tardi.

Non sarebbe male incontrarci nel dipinto, in quell’altra dimensione.

Sarebbe incredibile, ma non ci riconosceremmo. La dentro, se c’incontrassimo, sapremmo di non poter più riconoscerci. Lo sapremmo, credimi, pur non riconoscendoci, magari chiamandoci pure per nome. Come fra due figure cubiste, o in un affresco di Giotto. C’è da piangere, persino da ridere. E’ questa la Pittura, non riconoscere più niente, riconoscendo tutto allo stesso tempo.

T’incontrerei, ti direi ciao Stefano, amore mio, sapendo di non riconoscerti?

Si, non riconoscere e conoscere in un battito di ciglia. In ogni caso l’amore è tutto, è stupendo, è proprio così.

A cosa pensi mentre dipingi un volto?

Mi calo e basta. Quel che viene fuori mi guida un po’. Non penso ai pittori che ho amato. Del resto come potrei, davanti alle cose che dipingo, pensare ai pittori che ho amato e che amo ancora? Direbbero “che razza di quadri dipingi?”. Eppure, mentre dipingo, penso sempre al fascino che ancora esercita su di me l’arte di Motherwell e di sentir dire, dal volto che sto dipingendo,” si, anch’io ho amato il tuo Motherwell, te lo confesso, lo abbiamo amato molto tutti e due. Ce ne andremo, ma continueremo ad amarlo con qualcuno che verrà dopo”.

E il Ritratto di Vollard di Picasso che hai menzionato?

E’ dentro di me, senza cornice, senza telaio. Ho dentro di me l’immagine di me stesso che incontra il Vollard di Picasso che dice “guardami”. Sembrava dicesse: “guarda il mio volto, ho gli occhi chiusi, sono preda di un paesaggio che implode alla velocità di una piroclastica”. Tra non molto non ricorderò più il nome di Picasso, lo dimenticherò per sempre. Dimenticherò anche il mio nome. Ma se chiudo gli occhi, vedo l’immagine di Vollard che dice: “guardami”.

Hai fatto tanti disegni pensando a quel ritratto.

Sentivo che non ero solo. Quando la concentrazione è alta, avverti ogni cosa del passato, come se non esistesse alcun passato. La concentrazione pura porta alla rassegnazione pura.

Tutte le teste che hai disegnato in questi vent’anni, ridisegnate numerose volte sullo stesso foglio, pesante e assorbente, sospese a delle grate o a paesaggi appena accennati, come cancellati, spesso mi riportano alla mente il Vollard di Picasso.

Quegli occhi serrati, battono l’attimo di sospensione del nostro sogno a venire, fra quei lontani rottami, meravigliosi, del cubismo analitico. Sai, a volte, strofinandomi gli occhi dalla stanchezza, mi sembra di sporgermi all’interno delle cavità orbitali, in una oscurità senza fondo, senza gravità. E’ l’immensa camera vuota dentro di noi, dove i pochi pensieri sono attraenti, sospesi, desiderosi di esprimersi.

Nel 1910, quando viene dipinto quel ritratto, Kafka (quel tizio che citasti prima) inizia a scrivere i Diari. Tuo nonno, figura importante per te, ha un anno. Che casino. Tutti vicini e intrappolati, in fondo come oggi.

Già, senza quel casino non sarei qui altrimenti. Ma tornando alle teste che ho disegnato in questi vent’anni: spesso, certo, riemergeva il ricordo del ritratto di Vollard, ma non solo. Ho fatto numerosi incontri. Due volte ho incontrato Holderlin, una volta Jasper Johns, svariate volte Novelli. Ho incontrato persino la “Rawsthorne a Soho” di Bacon, stanca di aspettare non si sa cosa. Gli incontri più consueti sono stati quelli con Birolli. Ho incontrato molte volte Zeno Birolli sul foglio, disegnando. Ormai non ci vedevamo più, ma spesso appariva il suo volto sul mio foglio, soprattutto dopo la sua morte. Ci siamo incontrati tante volte. Ti dico: ovunque andrò, il mio bel ritratto di Vollard e tutti gli altri incontri saranno davanti a me, l’attimo che basta, prima di essere inghiottito anch’io.

Dunque basta solo un grammo di merda di quel tono ocra chiaro che da vecchi, chissà quante volte, troveremo nei pannoloni che indosseremo durante le nostre nottate.

Si, proprio quello.

Scusa, volevo dire dell’olio, il tuo Rosso di Marte. Quale è stato il primo artista che hai incontrato in vita tua? L’episodio che ti ha fatto scoprire l’arte contemporanea? Cosa ti ha sconvolto, accelerato i tempi?

Conosci già la risposta. Quell’episodio, anche, è stato una gran bella fregatura che fa parte di quell’innamoramento di cui ti ho già parlato. Mi sono innamorato di un artista morto. E’ stato quando sono entrato in una galleria d’arte in via Sant’Andrea a Milano. Non sapevo che mostra ci fosse. Andavo ancora al Liceo Artistico, credo fosse il 1978. C’erano esposti gli ultimi lavori di un pittore morto nel 1968, si chiamava Gastone Novelli, ma non sapevo che fosse già morto. Lo scoprii immediatamente e rimasi incollato lì, per sempre, davanti alle sue opere. E’ iniziato tutto allora. Quella lontana fregatura ha legato tutto, dentro di me, in un’unica meravigliosa scala naturale. Tutto ciò che vedo e ricordo, ancora oggi, è dentro di me a grandezza naturale.

Cosa ci fa Novelli dentro di te, ancora oggi?

Qualcosa fa ancora e non è poco, credimi. Mi perdo ancora molto in questa mia fregatura. Lui spunta, ogni tanto, per niente spaesato.

Quindi tu hai le tue cose dentro di te. Beh, devo dirti che quel giorno, in quella Galleria, ti è andata veramente bene, non poteva capitarti di meglio. E dopo?

Di me sai più o meno tutto, mi conosci. Le cose che dipingo ora, che forse farebbero vomitare Novelli, le dipingo perché sento che la mia vita conta poco, la nostra vita conta poco. Ma è così che ho ancora la forza, il coraggio, di dipingere alcuni quadri. Mi capisci?

E’ difficile per me, scusami.

Ti dico questo: per me esiste solo un PRIMA, tutta la Pittura PRIMA di Auschwitz. Voglio dire che tutta la Pittura del passato finisce dritta ad Auschwitz, tutto s’incaglia ad Auschwitz. Faccio sempre più fatica ad ammirare quella grandezza, pur sapendo che è la Pittura più grande. Le pitture di Altamira, le giovani donne ritratte a Pompei, gli affreschi di Masaccio, la pittura di Bellini, Cima, Tiziano, Caravaggio, Rembrandt, Velasquez: tutto va dritto ad Auschwitz. Tutte queste figure dipinte sanno, mentre le guardo, che finiranno tutte ad Auschwitz, irreversibilmente. Ma continuo a rivedere tutta la Pittura lo stesso, finché posso, resistendo; anche se i miei occhi intravedono, in quelle figure, una terribile prefigurazione di Auschwitz. Mentre penso di vedere capolavori come oggetti stabili, in realtà vedo quadri che stanno collassando e sprofondando ad Auschwitz. E’ così che sento la mia vita contare poco. Anche quello che facciamo oggi, pur non immaginandolo, finisce ad Auschwitz.

E dopo? Dopo Auschwitz? Dopo Novelli?

In Italia, in pittura, dopo Novelli non mi interessa niente. Dopo Auschwitz? Solo illusioni. Non si è mai più andati da nessuna parte, nonostante i tentativi; solo sviluppi economici assai rovinosi, nessuno sviluppo morale. Ora viviamo l’eterna agitazione dalla quale non è più possibile uscire. Viviamo il nostro inesorabile viaggio che ci porterà dove nessuno lo sa, alla schiavitù totale o nel cosmo. Ma tutto questo, un giovane lo sa meglio di me. Il declino non mi spaventa. Morirò nel declino. Sono già morto nel declino, un declino iniziato molto tempo fa. Voglio solamente dipingere un corpo, un volto, come avrebbe fatto un pittore nella notte dei tempi, pensa a che livello sono, patetico. Vorrei dipingere un corpo umano, il cui paesaggio fosse il corpo stesso, restituitomi da una grande mareggiata.

Cara la mia mareggiata! Comunque, quale credi possa essere il ruolo, oggi, della pittura?

Nessun ruolo, assolutamente. Ne ruoli, ne raggruppamenti o sistemi che continuano a mettere in bella mostra le stupidaggini che dipingiamo. Un solo pezzettino di plastica che viaggia nell’oceano vale di più. Ma io dipingo ancora, anche se non ha più molto senso. Ti dico: un quadro, anche il più inutile, è l’installazione migliore con i suoi quattro legni e la tela, nulla di più e nulla di meno, ed è leggero. Nonostante tutto, è stupefacente cosa possano fare, sulla tela, la mente e una mano già artritica. Nulla può di più, almeno per un pittore che muore credendoci ancora. Per me sarà così, anche in un futuro non lontano, vivendo e morendo in un cella su Marte.

Dunque, la Pittura … nessun ruolo.

Ma cosa importa la Pittura. La Pittura non serve a niente. A me basterebbe che una persona potesse decidere del proprio fine vita , come e quando lo desideri, con una legge e da solo, comunque lasciato in pace. Dell’arte, dei suoi ruoli e sistemi cosa vuoi che me ne importi.

Progetti per il futuro?

Ancora una domandina da manualetto. Al diavolo i progetti. Ti ho detto che fin da giovane la sola idea di diventare un marito e un padre mi ripugnava; che la pittura è stata fin da subito una incredibile fregatura; che mi suiciderei quando e come voglio, se necessitato da qualunque motivo o malattia. Ma la Pittura, come trappola meravigliosa, forse nasconde un progetto inesorabile, questo te lo concedo: ti fa vivere fino all’ultimo quadro, disegno, respiro, anche se tutto è vano.

Se tu fossi molto vecchio, ultranovantenne, affermato, ricco, disilluso, cosa diresti rivolgendoti a un pubblico, dall’alto della tua celebrità?

Gli artisti ricchi e affermati, specie se vecchi, tacciono su tutto. In quel caso, se riuscissi a concedermi un briciolo di libertà, farei il seguente discorso: “Carissimi, trovo insopportabile pensare a tutte le antologiche che ho fatto in vita mia, all’idea di Antologica già in quei lontanissimi anni. Eravate tutti appena nati e io confezionavo le mie prime antologiche, celebravo il mio lavoro con tutti i miei quadri, insopportabilmente seriali, riuniti in fila in enormi sale. Mentre li realizzavo, in totale solitudine mi apparivano vivi e urgenti, ma quando li rivedevo nelle mie mostre antologiche, vedevo solo quadri morti, inguardabili, che mi sbattevano in faccia il mio gesto pittorico così poco edificante, fuori uso, nato morto. A novanta e passa anni credo sinceramente in ciò che dico, proprio come entusiasticamente ho creduto al mio percorso fortunato fin dall’inizio. Ho riempito la mia e le altrui vite con tantissimi quadri davvero inutili, consumati e intrappolati in un secolo demente, demente anch’io. Abbiamo iniziato subito a riguardare i frutti della mia demenza, raccolti in quelle inutili antologiche. Ho provato vergogna quasi subito, oggi l’ho tutta esaurita. Continuano a celebrarmi in tutto il mondo, mentre io mi sparerei in bocca se avessi la forza di farlo. Ora credo nei pittori del passato, quelli dei secoli veri, pittori lontani dalle bombe atomiche, anche se già stronzi come tutti noi. Loro rivedevano le proprie opere raramente, non le reincontravano affatto. Io, invece, ho imbrattato tonnellate di tela, ottimo lino, fotografando tutto e ciò non rappresenta più nulla. Senza contare le foto della mia bella faccia d’artista, a dir poco teatrale e insincera, stupida e patetica; un tempo giovane, promettente e patetica; poi matura e sempre patetica; ora molto vecchia, ma ancor più inguardabile e patetica. Si, ora credo solo nei pittori dei secoli lontani, cagionevoli e sdentati. Credo nel loro gesto evidente e senza replica, nelle loro uniche immagini, anche se osservate sempre nei cimiteri dell’arte. E’ questo quel che riesco a dire alla mia età, con le settimane contate, respirando fra di voi”. Ecco, mia cara, più o meno direi questo se fossi ultranovantenne, ricco e famoso. Ma riguarda tutti: ricchi e indigenti, famosi e sconosciuti.

Non so, ma ho l’impressione che il nostro ipotetico novantenne rivolga la propria amarezza, consapevolezza, non solo a se stesso, ma anche agli artisti che ha amato.

Hai ragione. Forse è possibile. L’amore ti conquista, ma ti conquista anche la disillusione. E’ comunque importante che tu viva con gli artisti che ami, sempre. Nel bene e nel male devi parlare solo con loro. Anche se lontani, ormai, rimangono sempre i tuoi amori. La loro follia io l’ho amata. Le parole del nostro ultranovantenne, ricco e famoso, le condividerei con tutto il mio essere. L’amore muta, ma rimane amore comunque.

Fammi entrare in un tuo quadro

si, entriamoci insieme, in questa tela bianca vicino a noi, che attende di essere dipinta, ma che non dipingerei mai. Entriamoci e lasciamo fuori tutto il possibile, anche se questa tela fa comunque parte del grande carcere di massima sicurezza dove siamo nati e cresciuti, il più sicuro da queste parti dell’universo. Un carcere è un carcere e il nostro è il più conosciuto e sicuro, almeno per noi. Pur tuttavia, in ogni angolo, può succederti di tutto, inaspettatamente: tutto può crollare, bruciare, le tue cose possono svanire in un lampo, tu stesso puoi svanire in un attimo. Ma nessuno vorrebbe lasciare il nostro carcere. Solo morendo puoi lasciarlo, ma non ne sono così sicuro. Ora entriamo insieme nella nostra tela bianca: né specchio, né portale, né soglia. Non c’è situazione più bella che essere in due davanti a una tela bianca, esserci dentro, condividere i nostri pensieri alla luce naturale. Non c’è film, rappresentazione teatrale o performance che valgano altrettanto per me.

Ora che siamo qui, vicini, capisco cosa intendi quando dici di voler dipingere una figura nel paesaggio, nel vuoto che non può essere occupato da niente. Io stessa sono il paesaggio, qui, adesso. Credo di non sentire nemmeno il mio corpo, pur vedendolo e toccandolo. Sento il mio volto, i miei occhi spalancati in un grande vuoto, un meraviglioso vuoto reale.

Solo nel vuoto i nostri occhi sono in grado di vedere ancora quel che per noi è la Pittura. Vedo dei piccoli segni, qui dove ci troviamo, sembrano a matita, quasi irrilevanti, dei punti appena, li vedi anche tu? Anche lungo i nostri corpi, ne vedo uno vicino al tuo viso, lungo al collo, sopra la tua guancia. Siamo qui, io, Patrizia e tu, per illuderci, sempre, di raggiungere questi segni lontani, nello spazio senza fondo, nella nostra tela bianca. Ricordati sempre le sensazioni che provai in quella lontana galleria a Milano. Ora sono contento che tu abbia voluto entrare in questa tela, la nostra, tutti insieme per scoprire la possibilità di vedere qualcosa. Le figure che dipingiamo, che sono insieme a noi, preferiscono tacere. Compiono un gesto folle, una fuga che per me rappresenta un grande mistero, ma io sto con loro, loro contano su di me.

Stiamo qui tranquilli, cerchiamo di osservare il nostro paesaggio; neppure se fosse dipinto sarebbe più visibile di come è ora.

I piccoli segni a matita, quasi invisibili, esistono realmente come in una loro grandezza naturale, dipinti e in carne e ossa come noi.

Nello spazio in cui ci troviamo si può finire male lo stesso, ma se stai fuori è anche peggio. Tanto vale stare sempre qui, comunque il più possibile.

Credo che abbiamo raggiunto il nostro punto di felice non ritorno. Ora vorrei chiederti: vuoi, con noi, non abbandonare mai più la nostra tela bianca?

Sì, lo voglio.

2024

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