Appunti. I più urgenti, prima che il tempo scada. Reminiscenze delle mie prime visite al PAC. Inserirsi nella mostra ANDANTE CON MOTO di Liliana Moro. E LE STELLE STANNO A GUARDARE, un lavoro in mostra, molto bello. Riportare uno o due oroscopi estrapolati dall’opera. Soffermarsi sulla voce dell’artista che legge Beckett (Beckett senza tempo? o nel tempo?). Rileggere alcune Mirlitonnades beckettiane pensando alla mostra nel suo complesso, passeggiandovi dentro. Ascoltando la voce dell’artista, si odono treni, antichi, transitare (soffermarcisi). Si entra e si esce dagli spazi: dalla mostra, interna al PAC, agli spazi esterni al PAC, senza soluzione di continuità (stato di abbandono che ne può conseguire, alla mia età, conducendomi a brevi stati di grazia). Né fuori, né dentro. Lo spazio dove la vita si consuma, è un unico spazio. La vita è questa, il pianeta è questo. Entrare, uscire, rientrare e ancora uscire, senza fine, guardando e concentrandosi su cose. La nostra arte è questa. Anche la Pittura, vivendo in una discontinuità perenne, nevrotica e tragica, commuta la sua disgrazia in grazia, brevi stati di grazia (riscrivere tutto, senza divagare). Ancora appunti. L’artista Liliana Moro, l’essere politica. Ammirare il suo senso politico. Sottolineare la sua cifra politica ( chi possiede questa cifra è più libero, chi non la possiede è solo retorico, quindi meno libero). Soffermarsi sui materiali delle opere (in particolare SPAZIO LIBERO e AVVINGHIATISSIMI), sul suo essere salda in una tradizione (importanti reminiscenze anni Sessanta e Settanta) attuale per chi riattualizza concretamente, senza fronzoli, per artisti, comunque cittadini avanzati: giovani, meno giovani, incensurati o no, vecchi, comunque avanzati (ce ne sono ancora? si, ci sono, devono esserci). Dai giovani si trae entusiasmo e nuove energie, dai vecchi si trae rinnovato arricchimento (sviluppare in poche righe). Cara artista (per un incipit?) il tuo lavoro può non far più nascere neonazisti su questa terra? (questione mal posta? forse, ma vera. Tentare uno sviluppo, senza sfogo).
Il PAC è uno spazio meraviglioso, fonte di ricordi remoti ma indelebili. Vi entrai per una mostra di Lo Savio, fu la prima volta. Successivamente vidi tutte le mostre organizzate da Zeno Birolli e altri curatori. Devo dire tutte belle, a quei tempi. Ricordo quella su Twombly, era il 1980, avevo ventidue anni. Ancora di più quella sui disegni di Novelli, 1983, venticinquenne. Poi, come dimenticare quella dell’amatissimo Motherwell, stupenda, del 1989? Essere al PAC, oggi, mi fa sentire vecchio e spacciato, ma vivo.
L’artista Liliana Moro ha fatto molto bene a scegliere il PAC per la sua mostra. Il Padiglione è antico, in origine nato per la pittura e la scultura, poi perfetto anche per artisti di altre discipline. Fabro vi allestì una mostra superba (due righe su quell’anno? Il 1980? non più necessario, forse.) Altri appunti: sul rasserenarmi molto che il PAC ospiti Liliana Moro (una riga sull’orgoglio generazionale). Sono grato al PAC, sono grato all’artista. Dire cosa intendo per gratitudine nei confronti di artisti di genere femminile o di genere maschile (tentarne uno sviluppo, ma in altra sede). Qui, in breve, per gratitudine intendo che i conti tornano, sono conti seri, non si scherza (concedere qualche sorriso, ma serio. Dire qualcosa sul desiderio di resistere riguardo alle cose artistiche: non ridere, non piangere, non indignarsi, ma capire).
Ancora altri appunti. Sulla meraviglia del Padiglione di Arte Contemporanea. Del potere osservare la mostra quasi in un solo colpo, posando gli occhi su differenti opere, come a cielo aperto (reminiscenze). Mostra solidamente allestita, che si fa bene avvolgere dal Padiglione. LE NOMADI, un’altra opera in mostra, sembra poter fare pandant con I SETTE SAVI di Melotti. ANDANTE CON MOTO, l’installazione che da il titolo alla mostra, decisamente funerea, congeniale per chi ama sparire, "nel mezzo del cammin", per qualche minuto. Una piccola porzione di oscurità, installata, per lasciarsi andare con la mente (vedere il teatro di Parola, 1968, di Pasolini. Approfittare, con rimpianto e dolore, della semplice verità di questo testo). Teatro e installazione, vecchi temi, ma attuali per chi da prova di crederci veramente. Poi la voce. Questa voce come fulcro della mostra. (Due righe su quella che fu la modernità della radio, le voci, calde, nell’insonnia notturna). Tutto riemerge e nulla è lontano per i nati tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Voci di donne del Novecento. (Impressioni durante l’ascolto della voce dell’artista. Reminiscenze). Ho pensato alla Bachmann, doppiata, in un sogno. Alla vecchia e meravigliosa Duras, anche lei doppiata come dalla voce stessa di Liliana Moro. Ho pensato alla Schlein, a Elly, ottima voce per Beckett. Ho pensato alla Rosselli (tre righe, ispirate, su Amelia Rosselli. Immaginare Liliana Moro che legge La libellula, Panegirico della libertà). La voce dell’artista legge L’ultimo nastro di Krapp di Beckett. La voce dell’artista, la Moro voce, è matura, calda, attenta.
Sempre sull’installazione: la luce a terra ricorda una ribalta nell’aldilà novecentesco (qualche richiamo, se necessario). Un richiamo sulla conoscenza dei fatti, la sola che possa sostenere i nostri salti nel vuoto. ( La conoscenza? chi, oggi, è in grado di salvarsi con essa?). Altro appunto: Il cavo elettrico lungo il pavimento, nastrato, inflazionato, è antico, voluto, quindi attrattivo; richiede uno sforzo di conoscenza, appunto, uno sforzo di resistenza iconografica (pensare ai larghi nastri adesivi del vecchio Post Minimalismo, nei nostri recessi interiori). Ora, l’artista, attraverso i codici, ritenta di nuovo tutto per quelli che verranno, che stazioneranno per qualche stagione, in futuro, nel nostro grande carcere di massima sicurezza. Senza codici l’arte non è arte, solo attraverso i codici può reinventarsi. L’attenzione e la scrupolosità dell’artista ne sono la conferma. (Rimanere sul pezzo senza divagare, anche se "m’è dolce" il divagare).
Credo che ciò a cui ci rifacciamo, anche senza saperlo (ma soprattutto sapendolo), anche se remoto, dentro di noi sia sempre presente. Ogni artista deve gestire al meglio questo stimolante fardello, che è la sua ricchezza.
Altri appunti: sull’oscurità di questa installazione off, ANDANTE CON MOTO, off nel senso antico, storico, come rimando struggente ( due parole su alcuni precedenti, ma forse non ce n’è bisogno: ANDANTE CON MOTO è già il precedente di ANDANTE CON MOTO, qui sta la sua riuscita). Dire (spiegare) come l’artista, con garbo oltretombale, sia riuscita a gestire questa difficoltà, quindi le ricchezze, le sue reminiscenze. Due parole su Beckett? mi piacerebbe ma non c’è tempo (sull’impossibilità di trovare tempo, filosofeggiare con una o due frasi, ad effetto). Due parole su L’ultimo nastro di Krapp? Si, letto da giovane, seconda metà degli anni Settanta. Patrizia aveva tutto il teatro di Beckett. Ottimi anni, ottimi mesi, meravigliose giornate. Poi tutto si è guastato. Quel Cavaliere, in pochi anni, produrrà più ignoranza di quanta ne produsse il trentennio democristiano, il ventennio mussoliniano (rivedere, se possibile, con parole più dure, rimanendo sul pezzo, e poi: come abbia saputo resistere, l’artista Liliana Moro, in quegli anni di oscenità culturale).
A parte Beckett, grandissimo; a parte tutto il resto (cioè l’indecenza di un Paese, il nostro, essenzialmente trascurabile nel nostro grande mondo di massima sicurezza), una cosa è certa: la voce dell’artista che legge L’ultimo nastro di Krapp, la stessa straordinaria voce di tutte le artiste che l’hanno preceduta, è voce evocativa delle gioie, delle consapevolezze, delle certezze che ci portiamo dentro. Speriamo per un po’ di tempo ancora. Ma quanto? (dire di più, trovare le parole).
Poi i modelli, ovvero l’installazione SPAZI: da capogiro! (ho sentito la testa come staccata dal corpo. Una sospensione mentale). Spazi semplici, veri, come modelli visti fin da bambini, è sicuro (sull’essere modellisti già da bambini, possibile?). Questi modelli sono aperti. Il modello per una mostra è la mostra che verrà. Questo è l’intento dell’artista. Ma è anche un’altra cosa, diversa dalla mostra che viene suggerita. Questi modelli sono nella scala di un pensare più libero, come non finalizzato. Guardandoli dall’alto della nostra colonna vertebrale ci caliamo in essi, trasformando il loro spazio in una reminiscenza atemporale. Spazi semplici, asciutti, profondi ( inserire esempi: breve sequenza di modelli partendo da Bauhaus, ma solo cose viste con i miei occhi. Descriverne un paio della mostra). L’attenzione nel guardare i modelli dall’alto, a cielo aperto, vale quanto le piccole idee di opere dislocate al loro interno, insieme ai nostri pensieri (dello spazio come “dimora”, spazio che accoglie). Tutto, in essi, balugina: ragionamenti, stagioni, codici estetici, amori, reminiscenze.
E’ difficile entrare nell’arte delle donne (sì, è difficile, ma non so spiegarlo, non voglio spiegarlo, non potrei, è un meraviglioso mistero). Dire assolutamente una cosa: dell’orgoglio che questa difficoltà produce in me. Mi sento inferiore rispetto alla vera libertà femminile (sviluppare, rompere gli argini, lasciarsi andare una volta per tutte). Dire di più anche sul desiderio di essere liberi, soprattutto pensando alle persone libere solo apparentemente, quindi anche a tutti gli artisti, o presunti tali.
Il tempo a me concesso sta per scadere. Le tracce, nell’auspicio di un approfondimento, sono queste. Anche se confusamente, quello che volevo dire l’ho detto, soprattutto l’ho visto al PAC, spazio dei miei sogni del passato (non dimenticare di parlare dell’artista Liliana Moro come di un’artista antica, capace di focalizzare la propria provenienza storica, manifestata fin dall’inizio della sua attività). L’artista in questione è politica, laica, nell’accezione pura, antica, di questa parola. Ed è donna! ( vedi di cui sopra, del meraviglioso mistero, ecc. Altri accenni).
Ora, nel 2024, da queste parti del nostro grande carcere di massima sicurezza, nel calderone immenso in cui siamo immersi, ANDANTE CON MOTO è la mostra opportuna per un nostro momento di resistenza, al PAC, Milano, via Palestro, reminiscenze (sviluppare ancora, dire di più, ma con calma).
2024