Ciao Marco, sto dando una pulita ai vetri dello studiolo, approfittando di una giornata di sole e mi viene in mente che dovremmo andare a Washington. I vetri dello studiolo sono importanti, è importante che il quadro venga portato avanti alla luce naturale. Solo io, solo il quadro, al sole. E’ da svariati anni che ho capito perché molta pittura è inguardabile. Lo è perché fatta solo alla luce artificiale. Molta pittura del secondo Novecento è inguardabile perché fatta in spazi ciechi, illuminati solo dalla luce elettrica.
Quando non c’è il sole, quando piove, io non dipingo. E’ importante dipingere solo alla luce del sole. Oltre tutto, da parte mia, c’è molta stanchezza e anche questo fa bene al mio dipingere. Ben vengano le interruzioni, gradite, perché aiutano a riflettere. Gli intervalli consentono un maggior distacco da ciò che si dipinge. Poi l’intervallo termina e lo studiolo, nuovamente, si riempie della luce del sole.
Dovremmo fuggire, Marco, alla luce di questo sole. Fuggire, aiutati da quel poco di energia che possediamo ancora. Fuggire fin dove sia possibile toccare, ancora con le nostre dita, ciò che abbiamo amato e che amiamo ancora. Dovremmo andare veramente a Washington, a Houston, per vedere quelle cose che, grazie anche al nostro caro professore, inaugurarono in noi un profondo e resistente dialogo con quella pittura. Quadri, quadri bellissimi. Dovremmo andarci, io e te, ma attraverso un viaggio infinito, a tratti impervio (come la nostra vita fino ad oggi), verso una meta quasi irraggiungibile: i nostri quadri, bellissimi, che ci sono sempre stati accanto pur sfiorandoli, in gran parte, solo con la mente. La pittura: anche solo sfiorarla, certo. Dovremmo arrivare fino in fondo a questo viaggio, il nostro fondo senza fondo, per sfiorare un pensiero, sfiorare ancora la pittura. Credi sia possibile, Marco? Crediamo sia ancora possibile?
Credo sia possibile, ma rimanendo dove siamo. La pittura, certo, dobbiamo solo sfiorarla: sfiorarla per incontrarla, sfiorarla per perderla nuovamente, sfiorarla per cadere con lei. Illudersi con lei. Deluderci con lei. Andare subito a Washington, ma con un respiro profondo, con le nostre gambe come bloccate, con le nostre braccia come bloccate, con le nostre labbra come bloccate, in un sogno. Ma non siamo fermi. I movimenti, sempre più lenti, sono i movimenti dei nostri pensieri dentro i quadri che amiamo. I nostri lenti pensieri, sono la pittura. Il respiro di un sogno.
Stamane, Marco, mi sono sottoposto a una TAC al cuore. La prima, forse l’ultima. Forse sarà l’inizio di un monitoraggio che si protrarrà fino alla morte. La sensazione è stata piacevole, piacevole anche l’ago nel braccio. Sdraiato, calmo, nel respiro di un sogno, solidi pensieri hanno cominciato a scorrere, anzi, non scorrevano, erano tutti fissi davanti a me e mi guardavano condividendo il calore, istantaneo, provocato dal liquido di contrasto che entrava nelle vene, nel corpo. Non ho pensato al mio corpo come contenitore biologico, ma solo al mio caro Essere, solo alla mia mente sostenuta da alcuni pensieri, pochi e fissi. Ho pensato anche, già lì, stamane, a Washington e Houston. Ma dobbiamo andarci davvero? e girare in quelle città inutili per noi? in quei musei altrettanto inutili per noi? Non siamo forse già stati, innumerevoli volte, sia a Washington che a Houston? ammirando i nostri quadri fatti di niente? che non sono niente? che non servono a niente? Come non serve a niente una TAC. Anche se può servire molto una TAC. Come può servire molto un quadro di Motherwell, un quadro di Twombly. In realtà, lo so, non siamo mai andati fin laggiù.
Ancora con l’ago nel braccio, durante la TAC, ho rivolto lo sguardo a quei condannati a morte che subiscono la vendetta dello Stato, proprio da quelle parti, ai quali viene iniettato un liquido letale, lentamente. Vorrei ascoltare, VEDERE i loro pensieri e dire, ai loro pensieri, che non sarà un Twombly a salvarci, non sarà un Motherwell a salvarci, ma che sarà la nostra vita a salvarci, la vita in un mondo miserabile e che un giorno non sarà più miserabile. E poi, forse, vorrei sparire con loro, lasciando insieme a loro, pur con dispiacere e un profondo senso di colpa, il mondo davvero miserabile, la nostra vita meravigliosamente miserabile.
Vorrei proprio dimenticare, Marco, la miseria da cui proveniamo, il mondo miserabile da cui proveniamo (liberale, fascista, comunque razzista), le care e arretrate famiglie degli anni Trenta, degli anni Quaranta, degli anni Cinquanta, degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta, Duemila, da cui proveniamo e che hanno messo al mondo caterve di loro simili, in tutta Europa e non solo, molto più attrezzati a perpetrare pura arretratezza senza via d’uscita. I nostri amati quadri, forse, stanno arretrando da questa arretratezza. Non basta vederla, l’arretratezza, bisogna sentirla. Sentirla come l’arte. Tutta l’arte che definiamo tale, l’arte dei nostri sogni, oggi, forse, subisce il peso della nostra arretratezza, a cui assistiamo da ridicoli spettatori. Ma allo stesso tempo, i nostri quadri tanto amati, arretrano, stanno arretrando dallo schifo che viviamo. Motherwell, arretra. La grande pittura, nel nostro schifo, cessa di essere grande, arretrando con spavento. Persino Caravaggio arretra con spavento. Tutto ciò che amiamo arretra dall’arretratezza. Ci salveremo comunque: arretrando con Caravaggio, arretrando con Picasso, arretrando di un passo, con spavento, con i nostri cari Motherwell e Twombly.
Marco, andiamo a Washington e poi a Houston, ma senza prendere alcun aereo, non atterrando in nessuna città, ma andandoci stando fermi il più possibile, trovandoci già sul posto. E già sul posto, trovarci in qualche sala della Menil Collection, riguardare qualche Twombly, quelli che abbiamo sempre avuto nella testa, una manciata di quadri e un po’ di legni imbalsamati nel bianco. Twombly: un caro sfondo, a volte solo un fondale davanti al quale, io e te, abbiamo liberato molti pensieri. E sempre stando fermi, senza muovere un dito, trovarci alla National Gallery, davanti a un quadro di enormi dimensioni, intitolato Reconciliation Elegy, di Motherwell. Nei suoi quadri mi sento a casa, so come orientarmi, non mi perdo.
Andare veramente a Washington, a Houston, veramente con l’aereo, con un passaporto, quindici giorni, potrebbe servirci a qualcosa? Non è meglio non muovere un dito? Non è meglio non vedere, da molto vicino, ciò in cui abbiamo creduto? Molto meglio muovere solo la nostra immaginazione, senza interpellare nessuno: nessun gallerista, nessun critico, nessun addetto ai lavori, nessun turista, nessun consumatore di cultura, con rispetto parlando. No, non andiamo da nessuna parte, non utilizziamo inutili aerei, non consumiamo il tempo in giornate frenetiche piene d’intoppi, in code per entrare in inutili sale dove regna la morte: la morte dell’arte, la morte di tutte le possibilità di tenere insieme qualcosa, la morte di non potere più fare qualcosa, la morte che ti strangola già dopo un’ora in quei mausolei del mondo, dove tutto scompare davanti ai nostri occhi, dove tutto è già scomparso. Ma tutto, in noi, si muoverà ancora. Un giorno, da capo, tutto ricomincerà.
Addio National Gallery, addio Menil Collection. Tutto si muove nella mia mente, stando fermo dove sono. Lasciamo, Marco, che quei quadri girino insieme a noi nel nostro vuoto. Non ho più voglia di girare per grandi sale, passando in rassegna opere di Twombly, di Mothertwell e di altri. Voglio solo girare nel vuoto con uno o due quadri di Twombly nella testa; girare nel vuoto con al massimo due quadri di Motherwell nella testa e basta. Penso che, insieme a pochi altri, siano stati questi gli artisti che hanno segnato la mia esistenza artistica, senza fermarla. Oggi, preferisco di gran lunga Motherwell. Un giorno ne spiegherò i motivi. Pensa, Marco, per amarli ancora di più, sono arrivato a dipingere figure umane. Sì, dipingendo figure umane, legate da un’auspicata grazia universale, continuo ad amare i nostri cari pittori. Non ho più voglia di andare a Washington, di andare a Houston, non ho più voglia di andare da nessuna parte. Vuoi andarci tu, Marco? No, non andarci, stai qui con me, siamo stati ovunque ormai. Non muoviamoci da questo schifo, respiriamolo a pieni polmoni, finché possiamo, fino al giorno in cui tutto cambierà. Ho bisogno, fortemente, di stare qui con te, con il nostro sole, continuando nel dipinto, ancora un dipinto, il nostro dipinto, forse neppure l’ultimo. A dire il vero, il mio primo.
2025