Sai Gastone, hai fatto bene a rimanerci secco. In fondo lo sapevi; una volta ricoverato sapevi che sarebbe stato difficile uscire e riaffrontare tutto. Sapevi che potevi rimanerci secco. Ma hai anche pensato, forse, che ti saresti potuto salvare, guarire dalla malattia. Salvarti!
I giorni precedenti l’operazione hai disegnato, fumato. Hai spento l’ultimo mozzicone di sigaretta dopo aver terminato dei disegni a letto, o in piedi negli sporchi corridoi degli ospedali di quel tempo.
Non sei più uscito. Troppa stanchezza, troppa lotta. Eri reduce dalla tua sala alla Biennale. Hai fatto quello che potevi, che dovevi e che nessun’altro avrebbe avuto il coraggio di fare. Sei uscito dalla Biennale sfiduciato e nauseato da tutti i coglioni che, immancabilmente, ti avrebbero pugnalato alle spalle. Pochi anni dopo sarebbero affogati tutti nel proprio vomito, incassando denari che non valevano niente come le loro opere.
Hai fatto bene a fumarti l’ultima sigaretta in ospedale, dopo qualche disegno; fuori sarebbe stata davvero la fine di tutto. Saresti scivolato negli anni Settanta stringendo contratti mercenari per una vita ingabbiata in regole assurde, di consumo, dovendo produrre opere forse inutili, non più necessarie.
No, Gastone, non ci sei rimasto secco. Tu non ci sei rimasto secco. Ci siamo rimasti secchi noi!
Conosco delle persone che ti hanno visto entrare in aula, incontrandoti per la prima volta come docente a Brera. Questi studenti d’allora ti hanno frequentato per poco tempo. Poi c’è stato l’ospedale e sei morto. Viceversa, saresti invecchiato nei nefasti anni Ottanta e Novanta, fra miriadi di addetti ai lavori ignavi, opportunisti e ignoranti. Ma in fondo lo sapevi, era tutto già finito. Dopo la Biennale era tutto finito. Il tuo mondo crolla. Il tuo secolo muore. L’Europa è stata, ed è, il vero buco del culo del mondo, la parte più abbietta dell’universo. Ed è solo il 1968. Io avevo dieci anni. Tu nasci nel 1925, io nel 1958. E’ tutto finito, mentre sembrava che tutto potesse iniziare davvero. Ma in fondo, anche se ci sei rimasto secco, tu sei qui più di tutti.
I tuoi quadri li conosco, li vedo. Li penso in continuazione, in una sequenza infinita, per me, da una vita intera. Te ne sei andato lasciandoci un corpus di opere puro, essenziale, non guastato da inutili repliche.
Sai, se chiudo gli occhi e allungo le mani nel vuoto, sfioro cose in un presente senza abissi, terso. Sono spazi dove, io e te, attraversiamo una sala del Museo, in una città, con i suoi viali …
Poche settimane fa ho sostato davanti al tuo studio in via Orti, il portone era aperto e non ho resistito. Avrei voluto bussare e incontrarti.
Ad ogni modo, uno di questi giorni sarò a Ca’ Pesaro. Ti raggiungerò e visiteremo insieme, ancora una volta, tutti i quadri della tua nuova mostra.
2026.