... è proprio così, le lettere che il mio caro professore di Storia dell’Arte mi ha scritto sono più belle delle sue preziose pubblicazioni; hai mai letto i suoi libri? Di lettere me ne ha scritte molte e altrettante ne ho scritte a lui. Gli scrivevo tutto: mostre, vita, insofferenza. Molte le ho scritte da New York, lontano da tutto, in realtà lontano da niente. Oggi gliene scriverei di più, gli direi forse altre cose, ma le cose principali ce le siamo scritte allora.
Mio caro professore, sei da qualche parte? in quelle tue lettere sei in cerca di una scrittura, in cerca di te stesso. Tentasti di prendere il volo con un po’di scrittura pur di affrancarti dallo squallore che intossicava tutti e che continua a reprimerci anche oggi. Non ce l’hai fatta e nessuno ce la può fare neppure ora.
Ogni tanto riapri gli occhi per un attimo, alcuni secondi, facciamo dieci, poi li richiudi. Sei proprio tu. Perché li riapri e mi guardi? sei morto, non c’è bisogno che te lo dica. Sono morto anch’io? è questo che vuoi dirmi? Hai ragione, sono morto come i quadri che faccio, sempre più morti e ogni volta che ne aggiungo uno nuovo, muoiono ancora di più.
Perché non pubblicarle?
Le lettere? figurati! Ogni pubblicazione viene ammansita dall’industria culturale, viene inghiottita. Le cose pubblicate muoiono prima, come muore prima anche un quadro esposto.
Quanti anni avrebbe, oggi, il tuo caro professore?
Tanti. Anche tu non l’hai più visto, ma cosa importa, ormai siamo tutti in partenza. Anzi, abbiamo tutti abbandonato il pianeta da un bel po’, tranne coloro che vanno per mare in cerca di una vita, di un’avanguardia. Comunque, siamo in partenza, ce ne andremo via tutti.
Questo è sicuro.
Quando penso alle mie lettere, cioè a quelle scritte dal mio caro professore che sono tutte mie, solo mie, non so più a cosa ripensare, ho paura di dimenticare tutto. Quando penso alle mie lettere che lui mi ha scritto, cerco di pensare a lui che scrive, penso alla matita fra le sue dita. Stasera, ad esempio, mi piacerebbe andare da lui.
No, non andarci, tira una brutta aria là fuori.
Ho una foto che lo ritrae a torso nudo, è una bella foto e quando la guardo penso che lì, in quella foto, lui stia credendo ancora.
A cosa?
A ciò che credo anch’io quando ripenso alle sue lettere.
Cioè, a cosa credete? in cosa avete creduto?
La concentrazione per capirlo è costante, ma le risposte tardano sempre, forse non esistono. Turandoci il naso, continuiamo a far parte di ciò in cui esistiamo, unica chance per esprimerci. Adesso partiamo tutti, non lo sai? Forse parte anche lui con noi.
Lui è già partito, quest’anno saranno dieci anni da quando è partito, se non sbaglio.
Mio vecchio professore, ti sento tremare, perché tremi? il punto è se riuscirò a fare i quadri che ho nella testa, ma che tu non vedrai. Ho le tue lettere, molte, le leggo ancora e tu non lo sai. Continuo a leggere le tue lettere sapendo che tu non puoi saperlo. Le tue lettere che sono tutte le mie lettere, le hai scritte da un posto di mare, da quel golfo, quella piccola casa, quel fitto giardino che declinava, in certe notti, in una oscurità a noi propizia. Mio vecchio professore, è un sogno il movimento dei nostri occhi? riaprili e ti dirò la verità.
Ma quale verità, quale sarà mai la verità che vi tormenta?
In primo luogo non sono poi così tormentato e la Verità è solo un modo di dire fra i tanti. Viene da se, bisogna essere pazienti. Se il mio caro professore si voltasse, gli direi che la verità è ancora lontana da queste parti, che la nostra verità è in perpetua fase di lavorazione, che la verità non è mai finita. C’è da morire dal ridere. Nelle lettere che il nostro professore mi ha scritto, lui cerca la scrittura, la sincerità di un solo brandello di scrittura; sogna di vederla, l’aspetta, la sua scrittura arriverà.
L’hai visto?
Chi?
Il nostro professore
No, non l’ho più visto da queste parti, forse è davvero morto, davvero partito come dicevamo, partito dieci anni fa.
E i suoi libri, i libri che ha scritto?
Morti con lui, credo. Tutti libri morti con lui e con me. I suoi libri che muoiono con lui, parlano senza fine nel mio dimenticatoio interiore. Soprattutto uno, a me molto caro, che trattava dell’opera pittorica di un artista morto di un collasso post operatorio, a causa di una tiroide che non funzionava. Il nostro professore era giovane quando mise insieme quel libro meraviglioso, credo fosse il 1976. Acquistai il libro in quel periodo, fu uno dei giorni più belli della mia giovinezza. Non conoscevo ancora il nostro caro professore. Rileggendolo oggi, sembra che il nostro professore parli anche di se stesso, come se, lui e quel pittore allora già morto, fossero davvero insieme in quel libro, l’uno davanti all’altro. Ma ora mi sono davvero più care le sue lettere. Caro Stefano, Caro Stefano, tutte così le sue lettere, fino alla fine, un bel malloppo tutto mio, da rileggere pensando a quando vagava su questo pianeta.
Magari sta ancora vagando.
Ma non su questo pianeta. Me lo immagino in un Paradiso, ma vuoto, abbandonato, qualche ragnatela, anch’essa abbandonata e tante merdine di ghiro un po’ovunque.
E magari anche una lontana pianticella, una nuvoletta, come in un Perugino, un Raffaello.
Se lo intravedessi gli direi che ho ancora tutte le sue lettere. Se poi, con i soli occhi, fosse in grado di dirmi di bruciarle, gli direi si, le brucerò. Naturalmente, col cazzo che le brucerei. Tutto brucia e continua a bruciare, non c’è bisogno del fuoco. Infine gli direi che non è poi cosi male non esserci.
Non esserci dove?
Qui, dove non siamo, dove mi piacerebbe farti leggere qualche lettera del mio carissimo professore. Vorrei rileggertene un paio, sempre qui dove non siamo. Rileggendole, proveremmo la sensazione di essere là in fondo, con lui.
Ti sbagli, forse è lui che proverebbe la sensazione di essere qui, da queste parti; nessuno si allontana da nessuno, anche se dimentichiamo tutto.
" Caro Stefano, bufere e improvvise schiarite, contrasti di vento e trombe d’aria, raptus altolocati e diluvi d’ansia, questo per fondale. Ma il punto fra tutto il nostro marasma sono le nostre fissazioni mirate degli elaborati che ogni giorno ci proponiamo con l’assiduo lavoro e grazie al calore delle nostre parole, delle loro morbide cartilagini. Allora l’altezza del cielo con quelle sue nubi, tutta la natura che c’è dentro in un pino, la nostra osservazione muta arrivano all’espressione, come un frammento di vera conversazione intessuta. Grazie dei tuoi pensieri e speriamo in meglio."
Tutto qui?
Si, tutto qui.
2024