Goya, certo, ma prima una cosa: non confondiamo gli israeliani di oggi con gli ebrei europei d’un tempo, non confondiamoli con quei sei milioni d’europei. Odio chi nomina a sproposito il genocidio degli ebrei, specie se un israeliano d’estrema destra di oggi. Non nominiamo quei sei milioni di individui, tutti ebrei europei da non confondere con gli squallidi capi tribù odierni: i capi tribù israeliani, i capi tribù di Hamas, i capi tribù del mondo arabo, i capi tribù del mondo occidentale. Tutti sciacalli assassini, pari agli assassini che hanno imperversato nella storia. Tutti luridi assassini. In mezzo allo schifo mi faccio schifo anch’io. Seconda cosa: provo pena fin d’ora per chiunque, dall’alto della propria ottusità, mi bollasse di antisemitismo. Ho giocato tutta la vita a colpi di innata emancipazione con palestinesi, israeliani, ogni essere umano del mondo, nei miei cortili del mondo, per le mie strade del mondo, da bambino e da adulto. Da bambino giocavo con due fratellini dalla pelle nerissima, a Milanino, oasi dei nostri sorrisi. E’ meraviglioso non uccidersi. Ma in questo schifo mi faccio schifo.
Goya, si, nello schifo Goya aiuta. Patrizia mi ha calato con lei nella sordità di Goya, a Milano, la mostra a Palazzo Reale. Gran bella mostra di Goya in un gran bel mondo di merda. Niente meglio di Goya immersi nella merda come siamo, la merda che già opprimeva Goya, tutta la merda che Goya ha saputo dipingere. Tanta merda trasformata in potente pittura, una pittura così morta da sembrare viva, così viva da sembrare morta. Tutto è nella merda oggi: i quadri di Goya, Milano, l’Europa, il Mondo, io e Patrizia, gli studenti in carne e ossa, giovani, presenti alla mostra come ombre di Goya.
Mostra notevole, buia, vertiginosa, spietatamente allestita, un inferno poco affollato, dentro il quale ci siamo solo noi, qualche opera di Goya, un paio di gruppi di ragazze; e uomini. Alcuni di loro, in futuro, saranno uccisori di donne. Siamo tutti intrappolati nel nostro buio. Siamo ammutoliti, ovattati nel ronzio profondo di Goya, nel sordo calarci in uno spazio senza suoni, fra immagini di figure che ci guardano mute, sorde, ma che parlano.
Poi ci sono le matrici in rame. Tutto sparisce, spariscono anche i dipinti di Goya. Sparisce tutta la merda, riaffiorando sotto una differente luce, la luce delle matrici, una luce che proviene dall’aldilà delle matrici ripulite. Sulla matrice, in negativo, il mondo appare più reale, veritativo, come direbbe il filosofo. E’ l’irrealtà della verità. La verità, nella matrice, presenta il mondo in cui viviamo. Nella matrice, Goya è più di Goya. Nella matrice, Goya abdica dalla pittura. Goya ha ritratto tutti i fantocci che si potevano ancora ritrarre, sentendo la fine. Ma sulla matrice apre una voragine che arriva fino a noi. Sulla matrice, Goya attiva un vuoto di verità. Matrice sorda.
La lastra incisa, la matrice, è più dell’acquaforte che viene prodotta. Nell’acquaforte tutto è già avvenuto. E’ nella matrice che tutto continua ad avvenire davanti a noi, all’infinito. Nelle profondità dello spazio piatto, non prospettico, mentale, risuona il click di verità, inudibile: acufeni fra rami spezzati, teste mozzate, plotoni d’esecuzione, cadaveri ammucchiati e sospesi nel vuoto. Matrice tombale, tombale l’universo intero. Goya non sopporta più niente, anche noi non sopportiamo più niente. Dentro le matrici tutto continua a non essere più sopportato. E’ in sordità che si ode lo spazio in queste meravigliose lastre di rame, la sordità di Goya.
Poi, io e Patrizia, ci siamo avvicinati ancora a una matrice della serie delle Follie: un gruppo di donne e uomini è raccolto su un grosso e unico ramo che attraversa tutta la lastra, traghettate da uno spazio profondo. Forse è lo spazio verso cui siamo destinati, sordi e ad occhi aperti.
Io e Patrizia ci siamo commossi davanti a questa visione. Prima ancora che ne scaturisse l’acquaforte, su questa lastra Goya rappresenta tutti i popoli che non molto tempo dopo avrebbero subito un genocidio, si, proprio tutti, fino ad oggi, fino a quest’anno e in futuro. E quel grosso ramo, enorme quanto precario, è il ramo che ci sorregge. Oggi, ovunque, giù da quel ramo è l’inferno. Cosa sta ancora succedendo su quella matrice?
2024