Cirri, cumulonembi, meravigliose nuvole pensando alle donne iraniane, afghane, irachene, a tutte le donne di questo mondo, pensando di liberarmi dell’Occidente. Può essere ancora possibile? no, non lo è mai stato, oggi del tutto impossibile.
Un nuvolo bianchissimo è più puro amore, diceva Amelia Rosselli.
Guardare stupendi cirri, onde, pensando a un lontano Ottobre del 1917. Ad alcune mie giornate del 1976: spiragli. Le giornate di quegli ultimi anni Settanta, per molti giovani d’allora, sono state giornate credibili, sorrette da vera speranza, le migliori fino ad oggi. Ma la vita non la si ricorda, la si ha dentro. Un poeta non lo si ricorda, lo si ha dentro. Trasumanar e organizzar: unica raccolta poetica che rileggo, unico antidepressivo poetico. Non posso rileggere nient’altro. Tutti gli altri poeti italiani del Novecento non riesco più a leggerli. Non riesco più leggere Bertolucci, Sereni, Fortini, Caproni, Zanzotto. E tutti gli altri.
I sogni durano poco. Quelle giornate della seconda metà degli anni Settanta svanirono presto. Tutto finì alle soglie di un nuovo incubo, un’incontrollata e delirante follia collettiva, spettacolarmente pornografica, antropofaga. Allora, anche se mi avessero dato tutti i tesori dell’universo, io non avrei potuto fare quadri simili a quelli dei pittori di quegli anni, coercitivi e penosi: i Paladino, i Cucchi, i Clemente. Nomi, ancora oggi, paradigmatici dello squallore in Pittura. Ribrezzo insostenibile. Ancor più oggi, nel paese in cui vivo, un piccolo paese che produce ribrezzo, in un Europa che produce ribrezzo, in un mondo che produce ribrezzo.
Non ci pensare, restiamo qui su queste nostre nuvole.
Oggi penso che se Elly se ne andasse, fatta fuori dai fascisti di centrodestra, dai fascisti di estrema destra, da tutti i fascisti di centrosinistra, me ne andrei anch’io. Per sempre, si, e che il Partito Democratico, senza Elly, se ne andasse a farsi fottere con tutto l’Arco, tutto inghiottito in un abisso di fuoco; poi spento da una fresca pioggia senza fine. E alla fine della fine (io annegato) quei pochi possano assistere, Elly con loro, a una giornata di sole ancor più vera, non priva di nuvole sublimi, eterna.
Nuvole bianche e terse, pensando a una rinascita interiore. Aprire lo sguardo sull’ennesima, stupefacente nuvola della nostra vita, pensando al superamento di ogni stato di massa capitalistico e disumano.
Nuvolette, nuvolette pensando al ridicolo maskio pericoloso, a tutti i ridicoli maski pericolosi del pianeta, i maskietti del mondo.
Grandi cumulonembi, altissimi, pensando al 22 dicembre 1968, giorno della morte del mio artista italiano preferito, dopo il quale la pittura italiana non è andata avanti di un solo millimetro.
Nuvole, nuvole, pensando al 2 novembre 1975, quando, su una spiaggia, trovarono il poeta morto assassinato; pensando a una telefonata pomeridiana, voce di donna: ciao Stefano, hai saputo? lo hanno ucciso.
Nuvole irraggiungibili. Soccorrere vite, soccorrere vite. Nuvole irraggiungibili. Bambini e civili uccisi in un attimo.
Nuvole a non finire mentre penso al primo marzo del 2014, quando il mio caro professore lasciò la Terra. (Due righe in più sulla rabbia che provai. Perché rabbia e non solo dolore?)
Guardare infinite nuvole e non provare fame, non provare sete. Guardare la loro luce come alla fine di un viaggio, ma che presuppone l’inizio, nuovamente.
Guardare sempre grandi e nutrienti nuvole, ghigliottinando ogni tiranno. Ma chi e dove? Ghigliottinarli tutti i tiranni, quindi anche noi stessi, più tiranni dei vecchi tiranni. Separare la testa dai nostri ignobili corpi, per uno sguardo più mite e sereno, senza zavorra corporea. Teste sospese, affrancate dalla gravità.
Entrare in una nuvola e pensare che la libertà non si compra e non si vende; che non si dovrebbe avere bisogno di capi, guru, pifferai e assassini. Basterebbe guardarsi intorno e incontrare persone con le quali riempire il meno possibile il Mondo di escrementi; vivere solidali, temperanti, riconcilianti. Calcolare meno, meditare di più (reminiscenze?)
Non c’è niente di meglio di una nuvola nel tuo campo visivo, nei tuoi occhi, nel tuo amore, prima di suicidarti, o prima di continuare a vivere.
Sprofondare in una nuvola pensando al 12 agosto 1988, quando Basquiat, povero Jean Michel, la fece finita su una panchina. Pensare anche a Masaccio, sul suo ponteggio alla Brancacci, in fondo alle sue nuvole. E pensare a Masolino a Castiglione Olona…
… risalendo ancora fra le nuvole, con una divina armonia di rosa e di azzurro.
Quando vivremo di nuvole, che sono il movimento più bello, il cibo più buono, avremo smesso anche di dipingere, felici. Anche di votare, felici. Anche di ucciderci, felici. Vivi e liberi su questo pianeta nel cosmo.
Nuvole, nuvole, pensando che i nostri pensieri non debbano più essere soggiogati da sistemi merceologici. E poi, magari, che spasso! smetterla di rincorrere i tanto agognati, quanto ormai inutili, compratori di quadri. Oggi, nel 2025, a sessantasei anni le nuvole le guardo tutte. Ogni nuvola, carica di nostalgia, è un senso unico verso il futuro.
Tante nuvole a pecorelle sui teneri saggi dei vecchi studiosi italiani, specie se dedicati alla religione capitalistica …
… da vecchi moralisti non fanno che constatare il male senza indicare il rimedio.
Nuvole, nuvole, nuvole negli occhi pensando di buttar giù due pillole, due tranquillanti.
Ti ricordi i tranquillanti di Turcato? Amavo i tranquillanti di Turcato, visti la prima volta non so più quando.
Nuvole, nuvole. Davanti alla tela devo essere ancora più nudo.
Cirri, altostrati, altocumuli, sono di Lombardia. Le nuvole, ovunque nel mondo, nei miei occhi sono sempre state le vecchie nuvole di Lombardia. In ogni merdosa zona di Lombardia, le nuvole dentro i miei occhi sono le antiche nuvole di tutte le terre del mondo.
Dipingere nuvole in sogno come le dipingerebbe Constable. Guardarle come le guarderebbe Holderlin. Come le guarderebbe Ottla da Auschwitz. Kurosawa dai suoi sogni da vecchio. Ilaria dalla Somalia. Marguerite dalla sua ultima notte. Amelia dalla sua ultima pagina.
Nuotare in una nuvola, sostenuti dal suo respiro, pensando a un futuro senza pubblicità e mercati, senza le tre grandi religioni, senza uccisori di donne, senza crimini.
Risvegliarsi in una nuvola, dimenticando le televisioni del mondo, gli intrattenimenti televisivi del mondo, l’intemperanza social, il cannibalismo. Bisogna deporre le armi, gli smartphone uno dopo l’altro, miliardi di smartphone in un’enorme catasta mondiale. Una resa al silenzio.
Tela bianca come una nuvola. Una figura umana, sospesa nel bianco della tela, è una figura umana in una nuvola. Far dire, a una figura umana dipinta, che non c’è più niente da dipingere.
Mentre osservo una semplice nuvola o un altocumulo di cinque o sei chilometri d’altezza, penso a quand’ero sulla Terra. Quando ho incontrato il mare, l’Alto Adriatico, la prima volta. Quando ho avuto la consapevolezza di essere a Milano e i miei occhi erano occhi di bambino. Quando ho visto il Cristo morto a Brera, il Cenacolo, la Pietà Rondanini, grazie a mia mamma. Quando ho incontrato l’amore.
Nuvole effimere, eterne, quando ho visto le Grigne per la prima volta, a nord di Milanino.
Quando è stato? Forse deve ancora avverarsi.
Nuvole, nuvole, pensando di accorrere nelle vicinanze di un immenso piazzale Loreto del mondo, gridando la vita, la giustizia fatta, la giustizia che si farà. E’ un sogno, solo l’ennesimo trauma partorito dalla mia mente antica, perduta.
Quando termino un quadro, il quadro infinito, penso che continuerò a vivere, ma che potrei anche non continuare a vivere, che potrei ammalarmi e morire, sempre con la mente immersa in tante nuvole preziose, oppiacee. L’ultimo quadro non sarà mai l’ultimo. La morte non è morte, è l’ultimo quadro che non finisce mai.
Quando guarderemo solo nuvole, la vita sarà felice per la prime volta. Quando ci nutriremo solo di nuvole, vivremo su questo pianeta per la prima volta. Mai distogliere lo sguardo dalle nuvole, nemmeno se stai morendo, perché le nuvole non muoiono e quindi, forse, non stai morendo neppure tu.
Nuvole libere in mare aperto. Un solo giorno senza nuvole non esiste. Un solo giorno senza voi, care tende del cielo, non esiste. Svanisco in voi, mie care nuvole, pensando al mio futuro con Kafka, morto l’altro ieri, letto per la prima volta solo ieri, quando avevo quattordici anni.
Cumulonembi lontani, maestosi, pensando ai miei ultimi vent’anni di artista senza mostrare niente, deliberatamente. Al non rifiutare ogni raro invito a esporre, da parte di cari amici. Meravigliosi anni! Meravigliosi amici! E nel fondo di questi miei lunghi vent’anni, dove tutto si sgrana, vedere ancora qualche falling man che cade, in eterno, come un puntino a matita.
Mie care nuvole, penso che non potrò salvarmi pur essendomi ficcato stupende fantasie nella testa. Guardando una nuvola penso al respiro di una nuvola. Penso allo scorso 24 Settembre, ore 8.30: io e Patrizia nella Basilica Superiore, vuota. Dopo vent’anni, Giotto ancora sublime per noi. Spogliarsi di tutto. Nudo, con la mia ignoranza. Nudo, con la mia speranza.
Nuvolaglia che incombe. Non mi sento figlio, non mi sento padre. Non sono più figlio del Novecento, non sono figlio del Terzo Millennio. Sono puro domani.
Guardo i cirri, alti nel cielo, pensando a due figure umane in fondo a un sogno, due figure in una nuvola. La tela bianca è una nuvola.
Guardare nuvole in volto. Guardarle con la testa separata dal corpo: merda della mia merda. Pensare al mio essere vecchio. Pensare, in fondo, al non essere ancora nato. Al non potere fare altro che dipingere.
2025