Ora che abbiamo raggiunto il punto di non ritorno

Ora che abbiamo raggiunto il nostro punto di non ritorno, ora che abbiamo incominciato ad abbandonare il pianeta, come fai a realizzare queste teste, questi volti? Dove li realizzi?

Li realizzo in uno studiolo che esiste solo dentro di me. Nessuno sa dov’è il mio studiolo. Io vivo, mangio, dipingo dentro il mio studiolo. Mai lasciare lo studiolo. Fuori dallo studiolo, la realtà è piatta, da sempre. E’ la piatta tridimensionalità degli oggetti senza scultura, la piatta tridimensionalità delle installazioni, dei Ready made, finti Ready made. Vera tridimensionalità è la tridimensionalità in pittura, anche quando non c’è, anche quando non c’è neppure il quadro, forse. Tridimensionalità pura, mentale, solo in pittura, in un unico quadro, senza bisogno di spiegazioni, senza bisogno di visite guidate, di curatori che fanno visite guidate. Com’è piatta la piatta tridimensionalità degli oggetti. Gli oggetti sono piatti com’è piatta la realtà. In un museo, un oggetto è ancora più piatto. In una bella sala espositiva, gli oggetti sono immensamente piatti come è immensamente piatta la realtà di tutti gli oggetti. Solo nello studiolo, guardando la Terra da lontano, i miei gesti acquistano un senso. Credo di poterti dire una cosa: queste teste non le faccio, questi volti non li faccio, semplicemente sono quel che resta. Questi volti, sono quel che appare dopo decenni di costante abbandono di tutto ciò che ho incontrato. Un abbandono incessante di tutto ciò che mi opprimeva. Ho abbandonato i quadri giovanili e tutte le tappe successive, importanti ma transitorie. Mi sono svuotato di tutto, finché non è rimasto più niente, tranne la cosa che ha ricominciato a contare, cioè una testa, un volto, realizzati con le mie scarse possibilità, le mie forze allo stremo. Non ho mai studiato nessuna tecnica, ho solo trovato le mie regole, il mio modo a procedere, sempre. Ho i miei “lasciapassare” per farmi vedere da questi volti, pochi gesti per vedere ciò che resta, dopo i miei lunghi decenni di abbandono totale di tutto. Con pochi gesti può succedere, raramente, che un volto mi guardi con una sua ciocca di capelli al vento.

Ciocca di capelli?

Si, mi pare, forse la noto solo io. Con un piede già nell’aldilà devo dipingere, ancora una volta, una testa. Devo farlo, con tutto quello che rimane dei miei occhi, delle mie mani, della mia vita. Più mi addentro in ciò che resta, più le mie mani diventano le mani di un altro, forse di qualche pittore che si è addentrato in ciò che resta, prima di me. All’inizio del mio vuoto non sapevo cosa stessi cercando, finché le ho trovate, come già realizzate, sospese nel loro vuoto essenziale, nel loro spazio eterno. Le ho incontrate a una certa età, va bene così. Ora siamo qui, io e te, oltre il nostro punto di non ritorno, sufficientemente sereni per non scherzare più.

Ma perché siamo qui? Tutto è già trascorso o … Io ti vedo, parliamo. Siamo le teste che vediamo? Siamo le teste che ci guardano? Che ci parlano?

Siamo semplicemente questo.

Siamo una nuvola. Io e te siamo una nuvola di tempo, quel tempo che in noi non esiste, quel tempo che deve avvenire.

Ho bruciato tutto ed ora sono qui con te, come sempre. Abbandonando tutto, mi sono abbandonato al vuoto e nel vuoto ci siamo incontrati. La vita che è in noi, non conta. La morte che è in noi, non conta. Siamo qui, nello spazio del nostro quadro.

E tutti i quadri che hai realizzato un tempo? mi piacevano quelli realizzati alla fine degli anni Ottanta, come quelli degli anni Novanta. Lo so, vorresti che non esistessero più, però esistono, sepolti da qualche parte, ma esistono. Qualcosa di quegli anni lo posso trovare online, anche comprarlo a poche centinaia di euro. Ma a noi non ce ne importa più niente, ok. Hai fatto bene. Però ti dico: sono proprio quei quadri che, pur sepolti e dimenticati, non ti fanno andare da nessuna parte. Tu sei sepolto con loro. Rimarrai sempre l’autore dimenticato di quei quadri stupendi e sepolti, dimenticati.

Sepolti e dimenticati: suona bene. Le tue parole mi fanno bene, le tue parole mi vogliono bene. E mi è venuta voglia di dire un’altra cosa. Io ho una colpa, piccola e di natura intellettuale, ma pur sempre una colpa: la colpa di non aver creduto, da giovane, al vuoto di cui facevo parte, credendo al pieno di un arte non più necessaria, riempiendo il pieno ancora di più. Se avessi percepito il vuoto che percepisco oggi, forse avrei iniziato a fare i quadri che faccio ora, svuotando quel pieno opprimente. Ma tant’è. E allora dico grazie a quei quadri stupendi e sepolti, con i quali, sepolto, non vado da nessuna parte. E’ grazie all’amore con cui li dipingevo che ho potuto abbandonare tutto, fino a trovarmi qui con te e dirti tutto. Dirti, per esempio, che quando dipingo le mie teste, quando mi sembrano belle, sembra proprio che mi dicano quello che mi hai appena detto tu. Poi, non so altro. In questo vuoto in cui ci troviamo, il vuoto del quadro in cui ci troviamo, io non so più nulla, non desidero ricordare nulla. In quest’aria che respiro per la prima volta, non desidero altro.

Anch’io. Stiamo qui tranquilli, io e te. Qualche breve traccia attraversa ancora la nostra mente.

Si, dalla mente qualcosa riemerge. Dalle profondità del vissuto, o del non vissuto, possono riapparire momenti importanti, decaduti, morti, quindi vivi, più vivi che mai, benché chiusi in uno spazio irraggiungibile. Per esempio una pala appesa al soffitto, come in sogno: una vera pala per spalare la neve, lontana, che forse non esiste più, sempre in anticipo nella mia mente, sempre in anticipo nel suo perpetuo apparire. Una pala “già fatta” nel mio sogno.

Marcel? Certo, Marcel. Ma non posso non pensare alle masnade di emuli che hanno imperversato ovunque, i tanto cari artisti idioti, duchampiani, post duchampiani, da ridere.

Non so neanche di cosa parli. Ma riemerge dell’altro dalla mia mente. Sempre sognando, vedo due mani che impugnano una larga spatola serigrafica. Vedo il gesto deciso, improrogabile, di una passata serigrafica che taglia lo spazio, illuminato di bianco. Un gesto perpetuamente ripetuto, perpetuamente in anticipo.

Warhola. Ho capito. I suoi primissimi quadri. Le sue prime serigrafie. Le sue piccole Liz, singole. Le sue piccole Marilyn, singole. Cose lontane, sparite, che ormai nessuno può capire, tanto meno vedere. Preferisco evitare tutto, le torme di sciacalli warholiani che hanno rimbambito tutti, fiere su fiere. Hai presente le fiere? Dell’arte e di tante altre cose?

Non lo so. Le fiere d’arte? I mercati? Sono un po’ stanco di far rientrare questo genere di cose nei miei spazi, nei miei sogni sobri, assai modesti. Soprattutto oggi, lontano come sono dalle mie esperienze giovanili in quel senso. Però ti confesso che non mi dispiacerebbe riattraversare e visitare qualche fiera, come ombra fra le ombre, calmo, prendendomi tutto il tempo. Quelle fiere dal tono minore, tipo ArteFiera o Miart, di un tono minore che è il nostro tono planetario. Se penso agli artisti che stimo, li penso al di fuori della realtà opprimente che ci avvolge. Mi piace pensarli in un mondo dove gli artisti, raggiungendo i loro fini artistici, raggiungessero anche quello di non vendere il proprio lavoro, non necessariamente; che lo esponessero, naturalmente, non per venderlo, ma per discuterlo col proprio corpo, la propria voce, in un tempo reale e condiviso con altre persone. Quando penso a persone, penso a persone avanzate, come gli artisti che stimo. Non ci sono artisti che non stimo, ma ci sono artisti che stimo. In un mondo meno opprimente, forse non esisteranno più i faccendieri, né i mercanti. E gli artisti produrranno molto meno, speriamo. Penso spesso a queste cose, resistendo alla sincera tentazione di smettere di dipingere.

Smettere? Smettere cosa? la pittura la si smette sempre, soprattutto quando la raggiungi. E il colore rosso? Il tuo colore rosso di marte? E’ il colore che ti consente di raggiungere l’orizzonte dei tuoi pensieri. La tua è solo ansia, la cara e terribile vecchia ansia. Talmente antica che non ti molla. Quando raggiungi i tuoi pensieri attraverso un’opera dipinta, hai raggiunto tutto, opera compresa, senza il bisogno di spiegare niente a nessuno. E’ per questo che si ha quasi il desiderio di smettere, ogni volta. Lo sapevano tutti prima di te. Noi pensiamo che gli artisti ce l’abbiano fatta lasciandoci quello che ci hanno lasciato. In realtà non ce l’ha fatta nessuno. Gli artisti, su questa Terra e in ogni epoca, sono le anime più tradite. Negli ultimi cento anni sono gli individui più inutili. Un tuo volto, ancora dipinto, sembra dirmi tutto questo. Un tuo volto, che non ha neppure bisogno di un collo, in realtà ti guarda dal vuoto che lo sostiene. Beata inutilità.

Ora basta, ti prego. Voglio solo dirti un’ultima cosa prima di riposarci, prima che sia troppo tardi. Devi trovare una poesia di Montale (poeta che riesco ancora a leggere, dopo Pasolini), che si intitola “Nel sonno”. Siamo nella Bufera, quella montaliana, appunto. Poi leggi gli ultimi versi, come se li leggessimo insieme. “Entra la luna d’amaranto nei chiusi occhi, ecc, ecc, fino a “… più in fondo, è ancora sangue oltre la morte”.

E’ un caro orizzonte, questo, di Montale. La prossima volta, solo pochi minuti, vorrei chiudermi nello studiolo con te. Spero presto.

2025

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