Perché devi raschiare via tutto?

Raschiare via tutto, devo raschiare via tutto: ciò che ho visto, le vecchie abitudini, i vecchi errori. Raschiare tutto! Devo uccidere tutti i ricordi, quelli sporchi, quelli belli. Devo tuffarmi nuovamente nel vuoto.

“Dai, salta qui dentro e fai di me ciò che vuoi.” Questo sembra dirmi la figura che hai appena terminato, nuda, ferma.

O vestita?

A me sembra nuda.

Sembra che ci solleciti a una illusione.

Sembra. Credo, invece, che questa illusione ci dica di non illuderci. Sappiamo entrambi che non possiamo illuderci, lo sa anche questa figura che hai dipinto. Come si intitola?

Figura nello spazio o Figura nel paesaggio. A volte, Figura in giardino o Figura liberata.

Spazio, paesaggio, giardino. Non c’è nulla di tutto questo nei tuoi quadri. C’è solo la figura. E’ lei lo spazio. E’ lei il paesaggio. E’ lei il giardino.

E la tela è bianca, da lì non si torna indietro. Una volta dentro, non si torna.

E io sono qui con te. Anzi, sono lì con te. Due illusi che non possono tornare indietro, che si gettano in un vuoto ulteriore, un fondo.

Siamo evocati dal fondo. Da un fondo nel quale mi è familiare pensare ai morti, agli artisti morti, nel fondo vivi.

La tela bianca è sublime, ti fa abitare il vuoto. Per un artista è la dimora perfetta per proteggere la propria infelicità.

Sai, non ho più forze, non ne posso più.

Prendiamo fiato. Prendiamo fiato nel dipinto. Siamo quasi fermi, i piedi quasi legati, chiudiamo anche gli occhi.

Anche se aperti da sempre. Caliamoci insieme in questo vuoto: nella sua ragione, nella sua immaginazione, come in una realizzazione pura, non fatta.

Una figura come non fatta, naturale, spontanea, mai finita e completa in ogni momento. Infinita. Cara alla mimesis.

E per questo tanto illusoria quanto vera. Devo però raschiare via tutto.

Quadri liberi. Un solo quadro, ma libero, non scambiabile con un salario.

La pittura, si. Ma tutto è così illusorio e precario. Questo mio specifico contatto con la pittura non è più trasmissibile anche se, per me, costituisce l’unica verità possibile. Una verità sempre nuova, che non si lascia mai organizzare da ciò che è stato prima, dunque libera, vera, irraggiungibile.

Ciò che è stato prima. La passeggiata della vita. Arte e pensieri costarono pena.

Per molti anni ho vagato appartato, sceso dalla vecchia storia che non ho vissuto. Ho cercato di raschiare via tutto. Ho cercato di raschiarmi di dosso la vecchia storia, amandola e sentendomi tradito allo stesso tempo.

Hai visto come arde l’Italia dallo spazio? Soffocata dalle luci …

… come arde il nostro sogno liberale, braccato dai mercenari.

Io non voglio perdermi. Ora che siamo qui insieme, non voglio perdermi. Voglio stare in questo spazio, saltare con te nel vuoto.

Me l’hai detto tu, Amelia, ricordi? Mi hai detto che “la realtà è così pesante che la mano si stanca e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi versi rime tempi).”

Spazi, corpi, tempi. Spazi morali non raggiungibili da inutili pennelli.

La pittura, ormai, mi fa schifo e ho in odio i colori. Tutta colpa di quel che ho fatto e in cui ho creduto per cento anni di fila. Colori, tinte, programmi, mi hanno occluso corpo e mente. Ora sto raschiando via tutto, sto abbandonando definitivamente vari sogni per un sogno migliore.

Ma ciò che abbiamo amato lo amiamo ancora, pur sepolto da una coltre di surrogati.

Il sogno migliore è dipingere sapendo che nessuno può desiderarti. Il sogno migliore è dipingere una figura umana nello spazio, che ti dice “prendi tempo, resisti a tutto”. Ma è dura.

Mi viene in mente il poeta, lui che era sempre in viaggio negli ultimi anni della sua vita, in cerca di sopraluoghi per le sue opere cinematografiche, una ricerca continua, infinita.

Nessun sopraluogo da fare oggi. Esiste solo un unico sopraluogo ed è il pianeta dove viviamo, il nostro grande carcere di massima sicurezza.

Eppure so in cosa consiste la mia felicità: consiste nel sapere che nessuno sa ciò che desidero.

Bisogna deludere. La vera via a chi vuol “essere”, è deludere. E bisogna salvarsi. E confessare tutto. Confessare tutto, in pittura. Ma che fine ho fatto? Qui tira un’aria davvero brutta, è quasi impossibile dipingere ormai.

Come si possono ritrovare i corpi che galleggiano risospinti dalle onde? Quello nel mare di Ustica, in fondo al prussia? Quelli più vicini, dispersi fra i loro panni?

Basta con questo prussia, il blu di prussia. La tela bianca è più del prussia. E’più di tutti i mari dipinti, da Turner a Rothko, a quant’altri. Dai, salta qui dentro, stringiti a me, non lasciamo questo spazio meravigliosamente vuoto. Qui dentro può transitare davvero chiunque, anche se raramente. Il nostro senso della vita e della morte, oggi sono ancora più sentiti, più sentiti che mai in quel poco di pittura che tentiamo di toccare.

Non senti squittire dentro gli ultimi quadri di Caravaggio, lì, poco distanti da noi?

Ho sentito squittire stanotte, in sogno. Ero ancora a Manhattan. Rovistavo al buio, nei pressi della Nassau, a downtown. Ho sognato anche il mio vecchio Birolli, caro Zeno, caro Zeno, ecc, ecc. Rovistava anche lui, nel buio, con me. Cadeva una leggerissima pioggia, fresca, rara.

Rassegnamoci. Rassegnamoci insieme, vicini a questa figura terminata, non finita e infinita, senza destino ma destinata a tutti, respingente per ogni compratore di quadri. Qual è il meccanismo della rassegnazione? Di una rassegnazione naturale?

La rassegnazione naturale? E’ la rassegnazione di una figura umana sospesa nell’Espressionismo Astratto lontano, ormai solo sognato. E’ questa la naturale rassegnazione. E’ questo lo spazio in un quadro.

E’ lo spazio nel tuo vecchio cuore, lo spazio nella tua mente rassegnata, segnata. Nella tua mente viva di rassegnazione pura. Rassegnazione e luce.

Nulla è meglio di una figura umana nello spazio per assecondare l’oblio, fatta con poco, nel vuoto del quadro. Un grande vuoto di rassegnazione, che raggiungi lentamente. Rassegnazione pura. Ma prima devi smaltire tutto, raschiare via tutto. Anche il curriculum, pollina spalmata sugli occhi. Anche tutta la pittura del ventesimo secolo. Anche i sogni pieni di vivi che ti assillano. E i ritardi di percorso, quei ritardi che hanno reso la prova più feconda. I miei quadri li trovo, li raccolgo lungo un sentiero abbandonato, impercorribile. Li incontro come già fatti, già realizzati da mani che si perdono nel tempo.

Stefano, Stefano, perché ami perderti così?

Cosa? hai detto qualcosa?

No, non ho detto nulla.

Sai, Amelia, mi ricordo ancora quando mi chiedesti di rimanere con te fino al mattino e io ti dissi di no, rinunciando di respirare fra le tue braccia tutta la notte. Ero giovane, non respiravo. Oggi, Amelia, sono vecchio. E’ tardi, ma respiro.

Cosa pensi prima di iniziare un quadro?

Penso agli obblighi in pittura, agli obblighi universali, al rispetto per la figura umana, senza alcuna menzogna, ma è dura. Davanti alla tela bianca, prima di iniziare, sono bloccato da numerosi pensieri. Penso che non ho voglia di iniziare niente. Penso che non c’è niente da iniziare. Penso che la tela è già piena, anche se appare vuota. Penso che non c’è nessuna possibilità di dipingere una figura. Penso che posso prendere tutto il tempo che voglio, perché tanto non c’è inizio e non c’è fine. Penso che molti vermi, negli occhi, stanno già lavorando. Penso che non esiste il fondo. Penso che i pittori morti lavorano più dei vivi. Penso che gli anni che mi separano dalla morte siano la mia nuova vita che ha un bellissimo nome: vecchiaia. Penso che in un quadro si è fermi in un momento e che quel momento non è un fermo immagine, ma è tutta l’aria che batte, fin dagli inizi della pittura. Penso che la pittura mi ha ucciso da bambino, facendomi capire tutto, o forse niente. Penso che non ci sia via di scampo: se la pittura la canni, non ti canna lei. Penso che ogni volta che inizio un quadro, inizio a pensare che i quadri vivono se li tieni dentro, se li butti fuori muoiono. Penso che ogni quadro è una sventura. Penso che sono fortemente tentato di pensare che la sventura (come hai detto tu, cara Simone), “sia una meraviglia della tecnica divina.”

Quando ci avviciniamo alla tela bianca, per me conta solo la profondità del suo vuoto.

Infatti credo che un corpo, nel tentativo di uscire nel vero, in realtà venga risospinto nel fondo. La verità è solo un tentativo di verità. E il fondo senza fondo, della pittura, è il vecchio mare della speranza.

Devi stare calmo, fare poco.

Questo è poco, ma vero. Per me la pittura è tutto. Come l’amore, appunto, l’amore per la pittura. L’amore per lo spazio, il vuoto, che ti fa essere già nello spazio, già nel vuoto, già nell’amore. Fare poco e ritornarci su, se occorre, sempre sullo stesso quadro, lo stesso spazio, lo stesso vuoto, lo stesso amore. Sono molto attento al mio vuoto, a questa mia impossibilità. Da molti anni sto cercando, ma allo stesso tempo è come se non stessi cercando niente. Bisogna rigettare, vomitare. Anche per la pittura, per il dipingere, il problema è il rigetto. Mai stato più ignorante di ora. Il mio poco sapere si atrofizza in nuova ignoranza. Bene. Bene tutta la trappola. Bene l’essere stato intrappolato tutta la vita. Bene la mia respirazione odierna. Ora sto bene. Felice? Infelice? Ma sto bene.

Quando parli della trappola, penso a quel lontano quadro di Picasso, a quella meravigliosa trappola intitolata “Ritratto di Vollard”del 1910, a quello che succede dentro a quel quadro drammatico, quel quadro cubista e drammatico; al fascino che hanno esercitato su di te quegli occhi, chiusi, di Vollard, gli occhi chiusi di quella testa drammatica.

Intrappolato tutta la vita. Spazio, tempo, suono, tutto in quel ritratto. Mi sono poi rassegnato, rassegnato e basta. E’ impossibile fuggire da una piroclastica. Quel quadro di Picasso è una piroclastica. Vollard, ad occhi chiusi, la sente. Come sento che, un giorno, finiremo tutti in un quadro, in un grande silenzio, in un grande vuoto, un silenzio d’amore, un amore che muove. Dimmi perché ho bisogno di dipingere?

Di esprimerti? perché hai bisogno di infinito. Hai bisogno di dignità, ritrovata con ogni strumento, mentre dipingi, anche solo con un dito, qui dove siamo, io e te.

Cosa guardo quando guardo una figura? mentre la dipingo?

Guardi qualcosa di eterno, poche briciole di poesia, giusto il tempo per sostenerti nel vuoto. Guardi una figura umana, forse poco realistica ma umana, più reale di ogni realismo, limitata e chiusa (certo!), ma che vive nel suo essere finita, infinita.

Sai, mia amata Simone, considero un grande favore la mia totale mancanza di talento. Riconosco e accetto di aver ricevuto scarsi doni intellettuali dalla natura. Ciò mi costringe (che strano stato!) all’esercizio disinteressato della pittura.

Figure nella scala naturale di un incontro senza perché, in una cara eternità.

Quando stavo mollando tutto, come tu credevi, leggevo Eckhart. Conoscere la pittura, esserne attratti, essere conosciuti dalla pittura, appunto. Se l’occhio deve conoscere il colore, deve prima essere spoglio di ogni colore. Il colore, nel Novecento, sbatte contro un muro. Alla fine del secolo, i nostri difficili anni Novanta, si riverserà su di noi tutto il pattume: colori non necessari, a dir poco schifosi, nauseanti, pubblicitari, tutta la coloratissima merda prodotta.

Il colore, si. Una verità nuda, senza scelte. Non c’è posto per alcuna scelta. Un colore inaccessibile, come nei sogni.

Sai, sapevo che la mia concezione della vita era quella di una vita dedicata all’arte. Per questo non mi è mai venuto in mente di entrare nel mondo dell’arte, poiché vi ero già dentro, nato dentro, da sempre, con le mie amicizie infantili, le mie amicizie adolescenziali, le mie amicizie da giovane uomo, le mie vere amicizie da artista, da artista nato, che da vero artista muore.

Poi, comunque, ne sei uscito, anche se non si esce mai da niente. Ma ora sei felice.

Direi profondamente infelice, che è la stessa cosa. Devo essere felice nel sapere che la pittura è infinitamente al di fuori della mia portata. Ciò crea una totale infelicità, che però da frutti.

Come Vollard con gli occhi chiusi. Egli sente che tutto cede nello spazio, come una piroclastica dietro le sue palpebre.

E qui, finalmente, un grande vuoto, una grande attesa. Ma anche un bisogno, spesso, quasi sempre, di doversi raschiare tutto di dosso. Una maledizione!

Pensiero calcolante e pensiero meditativo. Ma è ancora vivo il filosofo?

Il filosofo? non mi pare, credo proprio di no. O forse si. Non ha importanza fra queste nostre nuvole.

Qui, fra le nuvole, certo, ma sempre troppo vicini a una dimensione calcolante e coercitiva, che decide ciò che deve essere comprensibile e ciò che deve essere rifiutato come incomprensibile.

Non importa. Noi siamo qui, nelle vicinanze di qualcosa anche se, apparentemente, non c’è niente. Il passato, dentro di noi, conta molto. Soprattutto nella nostra solitudine. Un passato che è attesa. Un’attesa che darà frutti sorprendenti. I giorni migliori sono questi, in cui si è perduto tutto.

E poi questi nostri movimenti nel vuoto, lenti, in un grande interstizio. Noi due legati, vicini.

La pittura muore sempre, continua a morire. Morirà sempre. E’ per questo che si dipinge, che si respira. E’ per trovare un piccolo spazio, dei richiami quasi sonori. Per trovare un po’ di cibo nel grande spazio, nel grande vuoto. Il vuoto che sostiene le nostre mani, sopravvivendo a una fine senza fine.

In un inizio. Un inizio che è sempre inizio, o fine senza fine. Il tempo non esiste. Ciò che vivo, lo vivo e lo perdo. Vivo con poco, è utile solo un po’ di spazio, senza storia. Senza i sepolcri della Storia. Quando un quadro l’hai fatto, non perdi la percezione d’averlo fatto? Mi guardi con quella luce negli occhi. Gli occhi, ancora. Quanto impieghi a dipingere gli occhi?

Li dipingo? Le mani si trovano a loro agio nel vuoto, io osservo e al contempo voglio raschiare via tutto, libero e incatenato come schiavo. Visione lucida, visione di occhi che mi guardano, che dicono “non venire qui”. E il tempo non conta. Un pittore scivola nel vuoto e, con un pizzico di angoscia, si aggrappa ai primi occhi che incontra, veri. Rembrandt, quanto impiegava a dipingerli? E Velasquez? E chiunque altro? E quanto impiegavano, a non dipingerli, Picasso o Bacon?

E quando gli occhi ti dicono “non venire qui”, sono finiti, nel senso che hai finito di dipingerli, li hai messi in luce, li hai trovati, si sono fatti incontrare.

Accetto il vuoto e gli occhi che incontro. Accetto di andare di occhi in occhi, di corpo in corpo, attraverso un guado invisibile, lo spazio, appunto.

Non esiste altro, oltre noi due, oltre il nostro colloquio intimo, oltre il tenero sorriso sui nostri volti, oltre le nostre labbra percepibili appena.

Si, cara Simone. “Il pensiero è vuoto, in attesa, non cerca niente. Ma è pronto ad accogliere, sempre, l’oggetto che sta per penetrarvi.”

Stai raschiando via tutto, il tutto già sparito. E’ forse il gesto reiterato di una nevrosi, all’infinito. E’ la tua condanna. E’ la nostra. Lo so, è difficile stare in piedi e non farsi schifo nella criminale indifferenza in cui ci muoviamo.

Raschiare via tutto, gettare via tutto, riguadagnare un po’ di gioia, essere presenti all’oblio. Dipingendo, guardando il dipingere, mi sento a un passo dall’oblio. La pittura è oblio.

In Morandi la luce non è più luce, è oblio.

In pittura il problema è sempre l’aria. Nella pittura del Novecento manca l’aria. E’ per questo che moltissime opere sono scatole senz’aria.

Un po’ d’aria, solo un po’ d’aria. Forse solo nel Matisse del ’12, del ’13 c’è un po’ d’aria. O nell’ultimo De Pisis, ormai fuori di testa. O nei rari paesaggi di Motherwell, o in certe parole scritte a matita nei quadri finali di Novelli. Comunque, in un quadro l’aria scarseggia sempre, si lotta sempre fra la vita e la morte.

Hai ragione. Persino nelle opere più riuscite, quando di aria sembra essercene a sufficienza, in realtà sembra che ne manchi ancora di più. Di fronte a un quadro riuscito, ti senti mancare il fiato. E’ per questo che davanti alla pittura devi sostare poco. Devi saperti staccare da essa in pochi minuti. Studiala, se vuoi. Piegati alla contemplazione di essa, se vuoi; ma solo attraverso le riproduzioni. Con il vero quadro davanti, invece, hai poco tempo, il poco tempo che serve davvero, prima che la pittura ti uccida.

Ad ogni modo, Stefano, auscultati tutto, scroto compreso, stai allegro e fai poco.

Ricordo i primi disegni realizzati in una vasca da bagno, nudo, immergendo il foglio nell’acqua calda, poi applicandolo alla superficie piastrellata, davanti ai miei occhi. Perché disegnare su un foglio bagnato? Si può parlare di disegno? Stavo sicuramente cercando il mio primo disegno di una testa, nudo, al lavoro, immerso in acqua calda, protetto all’interno di un gran cervello caldo. E le dita registravano e trasmettevano i miei primi disegni di teste, di volti. Ero senza difese, aperto alla ricerca pura, nudo non solo fisicamente. Bisognerebbe dipingere nudi, anche da vecchi, fisicamente nudi.

Quale dono essere ancora nella prova, sempre nella prova, anche da vecchi, senza difese, senza protezioni.

E raschiare via tutto: tutti i quadri fatti in gioventù e i quadri che non ho fatto; tutte le persone che ho conosciuto in gioventù e le persone che non ho conosciuto; tutti i grandi artisti che ho frequentato e i grandi artisti che non ho frequentato; tutti i grandi critici che ho conosciuto e tutti i grandi critici che non ho conosciuto; tutte le gallerie in cui sono entrato e tutte le gallerie in cui non sono entrato; tutte le mostre che ho fatto in gioventù e tutte le mostre che non ho fatto; tutte le grandi città in cui ho abitato e tutte quelle in cui non ho abitato; tutti i loft in cui ho dipinto; tutte le automobili in cui sono salito. Raschiare via tutto. Tutto ciò che ho respirato nella mia famiglia e tutto ciò che ho respirato fuori dalla mia famiglia; tutto ciò che ho respirato in Italia, in Europa e altrove. Raschiare via tutto e dimenticare tutto, tuffarsi in un nuovo vuoto.

E’ già molto essere qui, io e te, un po’ smagriti, respirando ancora. Questa figura dipinta, creata insieme, di più non può fare. Per noi due, nessuno può fare qualcosa. Siamo andati troppo oltre, forse, e indietro non si torna. Indietro non si torna, mai. Ovunque siamo diretti, comunque vada, indietro non si torna. L’arte è arte, ma noi, ora, siamo in una zona ulteriore, insidiosa ma necessaria. Fammi un cenno, ti prego. Anche se può sembrare tardi, apri i tuoi occhi universali, guardami dalla tua calda tela bianca, vuota.

Ti guardo, certo. Tu sei il mio sguardo, la pittura, il suo farsi, tu sei la felicità, sempre irraggiungibile. Nello stato miserabile del mondo, per molti artisti la pittura, specie se vendibile, può essere una schiarita. Ma non basta. Bisogna dipingere il meno possibile.

Mio caro, non so da dove ti parlo anche se sono qui con te. La pittura è ammalata come sempre, morta come sempre. Restiamo qui ancora un po’, con una figura, in fondo la più antica, la più rigenerante.

Sento la tua voce, la vedo, cara e insostituibile. La pittura, agonizzante o già morta, mi riconvoca, sollecitandomi alla presa di una posizione: riuscire a farla finita con la fine.

2025

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