Sciolgo i tuoi punti con la lingua

Sciolgo i tuoi punti con la lingua. Il tuo volto nella tela bianca, trattenuto dal vuoto, va visto da molto vicino, toccando la tela con lo sguardo, ad occhi chiusi. Trovo un contatto, immergendomi nel tuo volto che è il mio volto, oltre un primissimo piano. Un tutt’uno con ciò che si è dipinto, non pensando a niente. Non pensando a specularità, rispecchiamenti, specchi infranti, vetri rotti, a vecchie cazzate. Se vogliamo pensare a vecchie cazzate, allontaniamoci da questa tela, da questo volto. Alcuni volti riusciti, si intitolano Testa nello spazio, Testa nel paesaggio. Sono stati dipinti senza esitazione, una mancanza di esitazione che ho imparato subito nel corso degli ultimi secoli. Utilizzo sempre una punta di colore a olio, rosso di marte, che cospargo sul tuo viso. Anche un mozzicone di matita con il quale rintraccio i tuoi punti di sutura, forse le ciglia. Poi, con un panno di cotone, plasmo il colore fino a riconoscerti, vederti, incontrarti, entrare nel tuo volto, oltre le tue palpebre serrate, che sono le palpebre serrate di un volto che guarda ad occhi chiusi, che pensa, ricorda, respira il paesaggio circostante intorno al proprio volto, intorno alla propria mente.
Guardando il tuo volto da molto vicino, unico e irripetibile, ti parlo. La mia bocca si apre appena, le tue labbra si muovono appena. Bocca e labbra che non sono dipinte. Avvicinandomi ancora di più, devo sforzarmi ancora di più. Così vicini, mi vedo, vedo i miei occhi. Vedo il tuo vedere. Sentiamo le nostre braccia legate. Anche le gambe, legate. Siamo fermi, quasi del tutto fermi. Sciolgo i tuoi punti con la lingua, la mia lingua. E con i denti. In alcuni momenti uso anche i denti. Ad occhi chiusi, sciolgo i punti, sfioro le tue ciglia, attendo l’aprirsi dei tuoi occhi che non vogliono aprirsi, vogliono solo sentire. Mi sentono come io sento il tuo volto. Ti dipingo, ti hanno tutti dipinto, ti sei fatto dipingere, sempre. Io non dipingo mai la tua bocca, poiché la tua bocca mi parla, mi ha sempre parlato.
I volti che dipingo ora, sono volti. Il tuo volto, ora, non fa nulla di ciò che ti abbiamo visto fare nei secoli. Il volto, finalmente, non fa più nulla di ciò che ha fatto fino l’altro ieri: ridere, piangere, portarsi un bicchiere alla bocca, rimettere, gridare. Questo volto non sa più cosa sia la nostra realtà, la nostra lurida vita. Ha sempre saputo cosa sia la nostra realtà, la nostra lurida vita. Questo volto che si fa dipingere con maggiore serenità e senza trucchi, è nel niente, è nel bianco della tela. Unica realtà è questo volto. Non ci può essere altro nella tela. Se ci fosse altro, sarebbe insopportabile. Non c’è più tempo, quindi, il tempo è tutto il tempo che voglio. Il tempo è. Ed è in una testa, in un volto dipinto su una piccola tela bianca, della dimensione del tuo volto.
Il nostro volto è come l’abbiamo sempre desiderato insieme, io e te. Come l’ho sempre desiderato anche da solo, in solitudine, quella beata. Il mio volto che ti sorride, lo guardi come l’hai sempre desiderato: nudo. Il tuo volto che mi sorride, lo guardo come l’ho sempre desiderato: nudo. Ancor più da vecchio. E da vecchio, dipingendoti, non mi stacco da te. Ti stringo con le mie mani, mani che non sento più. Ti stringo con gli occhi. Ti stringo con la bocca. Con la mia fronte. Sciolgo i tuoi punti con la mia lingua, in piena luce, in pieno buio. Sciolgo tracce, segni brevi, forse ciglia. Sciolgo punti di sutura che svelano. E’ solo la cara pittura, la vecchia pittura, l’antica morte. Il tuo volto è il volto. Il mio volto è il tuo volto.

2025

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