Stefano Peroli e Luca Scarabelli nello spazio

Sono contento di rivederti Luca, da quanto tempo sei qui? Non ti sei mai mosso? Allora non mi sono mai mosso neanche io. Siamo stati sempre così vicini senza il bisogno di fare alcunché. Per noi artisti è naturale. Siamo qui, un po’ stanchi, avendo visto tutto quello che abbiamo dovuto vedere. Sapresti dirmi dove siamo realmente? Io credo di non averlo mai voluto sapere. Dici l’inferno? l’apocalisse? no, non può essere; il vuoto? un grande vuoto? mi stai dicendo che siamo fermi, con gli arti un po’ irrigiditi dalla stanchezza, semplicemente visibili, ma nel vuoto? otto miliardi di individui nel vuoto? E’ il sogno da cui non sono mai uscito, incontrandoci tante volte. Forse siamo già morti, e con ciò? l’importante è parlare fra di noi.
Ora siamo qui, seduti? in piedi? forse stiamo persino correndo, anche se tutto sembra fermo. Il mondo è in pericolo. Perché riesco ad accogliere le tue cose nel mio spazio? forse perché siamo nel vuoto? forse perché tu, già oltre, sei qui e mi vedi?
I tuoi lavori, come sai, mi piacciono moltissimo. La mia attitudine ad abbracciarli fa loro da sostegno. Lo sguardo delle teste che io dipingo arriva fino ai tuoi lavori, toccano la fine con essi, toccano anche ogni possibile inizio. Mi piace come poni nello spazio le tue cose, mi piace il tuo posarle come in uno stato di natura, naturale poesia. Esse si liberano di tutto, persino di noi, ci dimenticano. A volte ho l’incredibile sensazione di vedere nel tuo lavoro qualcosa che mi sta dimenticando, che mi sta ignorando e non sai quanto questo mi inebri. Ogni tuo brandello d’oblio mi riempie la mente. Forse è proprio questa la grazia, la grazia dei tuoi minimi gesti da queste parti della galassia. I gesti sono finiti, tutti, ma il tuo no: è infinito. Alcune tue piccole opere mi fanno volare alla lontanissima “gaiezza” di Picasso, alle prime ore del cubismo sintetico: una pipa, un pezzetto di giornale, aperti e in parete. Stessa gaiezza? nonostante tutto quello che è intercorso nel frattempo? può essere?
Questo sottile filo di ferro bianco e attorcigliato che sporge dal muro, che mi stai indicando, o quel ritaglio di stoffa, forse un pezzo di calzino: se mi accorgessi di loro, nell’aldilà come ora li vedo nell’aldiquà, sarebbero i miei sicuri appigli, forse scogli. Uno sguardo fisso e silenzioso sulle tue cose, nell’inferno che riveste il mondo, fa parte della salvezza. Si potrebbe persino ammettere che il fatto che esistano sia più importante del fatto che vengano viste. Io, Luca, mi impadronisco dei tuoi lavori come ricordi che balenano nell’istante di un pericolo, lasciando cadere tutto, perdendo tutto. Benjamin diceva che nessuna opera d’arte può sembrare del tutto libera e viva senza diventare pura apparenza e cessare di essere opera d’arte.
Il nostro stare qui, ora, vedendoti, guardandoti in silenzio, vale più di una mostra, di un’intera esistenza. La proprietà privata (ti ricordi? che schifo!) ci ha resi così ottusi che un oggetto è considerato nostro solo quando esiste per noi come capitale, quando viene da noi usato! Ma ora, vicino e accolto dai tuoi gesti delicati, io sparisco in una mia beatitudine, in un mio essere solo con le tue cose, fuori dallo schifo del mondo.
Leggo: la ragione serve solo all’utile. Ma nei rapporti tra gli uomini deve affermarsi la sfera di ciò che non è utile, che è semplice comunicazione di vita e espressione di vita, senza essere diretta a un fine pratico e a un’azione particolare. Sfera dell’amicizia, del gioco.
Abbiamo ancora un po’ di tempo? La prossima volta che ci incontreremo qui, ancora insieme, ti porterò la tesina con cui mi congedai dall’Accademia di Brera. Sono passati degli anni, ma non importa quanti. E’ una vecchia tesina su un tuo amatissimo artista tedesco, oggi più tuo che mio, te la regalerò. Sono paginette che piacquero molto al mio caro professore di storia dell’arte che oggi non c’è più, non c’è più da svariati anni ormai. E’ una tesi molto breve e tratto dell’artista attraverso una sua unica opera intitolata “Quadro ginocchio con comete”, della quale non ricordo più l’anno, ma tu certamente non eri ancora nato. Il supporto di quell’opera è un cartone da imballaggio aperto e le comete sono semplici gocce di colore, poche, cadute chissà come e da dove. Quel lontano Fluxus è stato davvero un bel flusso, anche se preferisco il pianeta in cui mi tocca vivere oggi.
Tu Luca appartieni a quella marea, ma sapendoti abbandonare ancor più semplicemente. Io, al nostro amatissimo Beuys, oggi preferisco i tuoi lavori. In quella lontana tesina, infatti, parlavo di Beuys e ne prendevo già le distanze facendolo soccombere dagli inclementi scatti warholiani. A proposito: Beuys fece mai abiura dalla sua giovinezza hitleriana?
Leggo: dovremmo aver capito che quando un uomo si mette in mostra di fronte a un pubblico, quando un individuo si esprime in parole, in suoni, in scritti, in colori dinanzi al presente e alla posterità, saremo sempre spettatori di una commedia, non si tratterà mai di qualcosa di sano, di serio, di trasparente. Se si vogliono altre cose, la naturalezza, la verità, il limpido e l’autentico, si deve eliminare ogni recitazione.
Sono contento di citare Giorgio Colli, la sua “Ragione errabonda”.
In questo cielo, la nostra parete, rimangono pochi scogli. Molti tuoi lavori, mio caro amico, giungono fino a lambire i miei arti, risospinti da una brezza che era tanto cara a noi terrestri.
Sorridi? sorrido anch’io. Luca, il nostro gioco senza recite è questo. Che sia anche arte? Chissà.
Io voglio, Luca, muovermi solo fra le tue cose.

2023

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