Stiamo entrando in uno spazio, un seminterrato, mi senti? Ci stiamo entrando insieme, facciamo piano. Aspetta, non vedo dove mettere i piedi. Ci siamo. E’ uno stanzone. Guarda gli infissi, sono marci. Sembra sia vuoto e abbandonato da molto tempo. E quel tavolo? Quei pezzi di tela sopra? Guarda anche quei pezzi di lino sul pavimento.
Cosa facciamo? li raccogliamo?
No, non serve, non tocchiamoli.
Ma dove siamo?
Siamo dove avrei voluto essere tantissimi anni fa. Avrei tanto voluto essere qui e da qui non uscire più. Su questi pezzi di tela, vecchia, ingiallita e ammuffita, avrei tanto desiderato dipingere.
Ma sei sicuro che qui non entri nessuno da molto tempo?
Si, credo proprio di si. Ma poi cosa vuol dire “così tanto tempo”? Siamo sicuri di essere qui, nello spazio in cui crediamo di essere?
Forse nello studio abbandonato di un vecchio artista? Ancora vivo? Morto?
Assolutamente morto e sepolto chissà dove. E chissà quando. Nel frattempo qui non è entrato nessuno. Per ora stiamo qui. Guarda quella parete dietro di te, ha lo stesso colore di una tela bianca abbandonata, come se l’artista non avesse fatto in tempo.
La parete? Dici la parete o quel che sembra a te, cioè una tela bianca rimasta bianca anche se ora, questa parete che sembra una tela, è sporca e ingrigita?
Che meraviglia, che sorpresa. Mi sembra che possa essere stato davvero lo studio di un artista, di un pittore. No, forse non siamo in quello che un tempo era uno studio, l’artista non può essere quello. Ti ricordi di quell’artista a cui scoppiò la tiroide? Un’operazione del cazzo. Fece appena in tempo a trasferirsi da Roma a Milano.
Si, a Milano, anni fa. Quanti anni fa?
Ma che importa. Cosa ci importa capire da quanti anni qui non entra più nessuno. Siamo qui, anche se non so altro, anche se non mi ricordo niente. Sai, sono davvero sorpreso. Mi sento come intrappolato in un ricordo infinito e allo stesso tempo la mia sorpresa mi avvilisce; mi avvilisce il ritmo calmo e costante della mia sottilissima follia. Siamo fra queste pareti, ma non credo di sapere più in quale città, paese, luogo. Non so come siamo arrivati qui: in metropolitana? in autostrada? con le nostre gambe? orientandoci guardando le nuvole?
Guarda quei cartoncini su quell’asse, li hai messi tu?
E quando? Come avrei potuto? Saranno su quell’asse chissà da quanto tempo, forse decenni. Niente polvere, eppure non sono certo qui da ieri, non c’è polvere. Sono un po’ avvilito, tu no?
L’altro giorno ti ho visto mentre montavi quei tuoi ritagli di cartone, come li chiami “paretine”? A cosa pensi quando le assembli?
Quando le assemblo penso alle opere che ho dentro di me, i fantasmi delle opere che formano i miei ricordi più cari, come già fatte dagli artisti che hanno vissuto e che sono morti prima di me. Molte opere di quegli artisti le puoi vedere in qualche museo, ignorate. Io cerco di vederle in quelle piccole paretine che allestisco.
Anche a me, viste nei musei, non dicono più niente.
Ma qui, in questo luogo spoglio e abbandonato, nello spazio che sto ricostruendo con la mia mente, è certamente tutta un’altra cosa. Vorrei rivedere tutto come la prima volta, proprio come su quelle paretine che mi hai visto montare. Io non voglio più essere nemmeno un artista, vorrei solo accorgermi che nulla è trascorso, ma in realtà tutto passa. Anche qui forse sono passate molte persone e ora non vola neppure una mosca.
Ma come abbiamo fatto a trovarci qui, chi ci ha detto di venire?
Non lo so. Non me lo ricordo. Davvero, non saprei. Sai che la parola “arte” non la sopporto più? Dipingere è solo amore che muove ciò che di me resta e quel che resta non deve essere necessariamente un quadro. Credo nei pensieri. Non voglio più muovermi da qui, voglio solo aspettare che qualcosa si muova in questo luogo. Voglio aspettare, il tempo non mi manca. Non si muoverà nulla, ma aspetterò. Non voglio dipingere, voglio solo pensare a quando lo facevo, anche se è sempre più difficile ricordare. Mi può bastare. Non so proprio chi possa averci suggerito di entrare qui dentro, credo nessuno ormai.
Come quando entrammo, non so più quanto tempo fa, in una galleria con dentro quegli strani dipinti, ricordo dei titoli: Guerra alla guerra, Dio è nemico dei prati, Indian curios, e tu eri così felice nonostante non sapessimo nulla di quel pittore, vivo, morto? Chi ci suggerì di entrare in quel posto?
Guarda, qui c’è una tela quadrata ancora bianca, rimasta incollata alla parete. E’ proprio il grande fondo bianco, il mondo della durata eterna. Mi piacerebbe, su quella tela raggiunta orientandoci con le nuvole, dipingere una figura umana, anche solo immaginarla, senza spostare niente, farla nascere come fosse già nata. Fai un po’ di luce, c’è una tela bianca anche lì, è ancora appesa al muro con del vecchio nastro adesivo. Sembra che mi guardi, è bianca e mi guarda. Mi vien voglia di chiudere gli occhi ed entrare in quella superficie bianca, entrarvi e forse non provare più nulla; e pensare: adesso cosa faccio? E’ questo il vecchio spazio che avrei voluto dipingere? Come faccio ora ad uscire? Magari proverei questa sensazione. Proverei la paura di non uscire più da quello spazio, dove gli artisti che ho amato tentarono qualcosa, lasciando la tela quasi bianca; quella tela nello spazio, nella quale, ora, ci sarei dentro io, dove mi sarei lasciato cadere dentro per provare cosa si prova, per capire se si vede qualcosa, qualcuno, se si ha davvero la sensazione di essere nello spazio che ho sognato, dentro il quale poter dire “Si, è questo lo spazio in cui ho sempre creduto, proprio questo e adesso che lo so, che lo vedo, in cui mi ci rigiro dentro, dovrei anche uscirne, ma non posso più, non si può più uscire da qui”. Mi sentirei perduto, con tutti i miei artisti morti da un pezzo e capirei che non c’è nulla, ma solo uno spazio vuoto, che però non è vuoto, perchè è lo spazio che ho sempre sognato, consumato e inconsumabile, dove mi rigiro per capire se è ancora possibile stare lì, essere lì.
E’ ancora possibile?
No, non credo. Però ti ci devi chiudere dentro per capire se sia ancora possibile dipingere un corpo in quel vuoto e una volta dentro, capisci che non è più possibile, però ormai sei dentro e non puoi più uscire da lì. E’ così. In quella tela bianca e strasecca, ancora appesa a quella parete, in questa stanza, mi ci butterei dentro per capire se sia ancora possibile, una volta per tutte, uno straccio di prova. I sanitari non ci sono più, c’è solo quel buco per terra dove sarà transitato di tutto, comprese le minzioni del nostro caro pittore, durante le sue riflessioni mentre dipingeva, una sigaretta dietro l’altra.
Rimaniamo qui ancora un po’, è inutile avere fretta, non sappiamo ancora dirci per quale motivo ci troviamo in questo spazio.
Non c’è nessun motivo. Finiamo sempre dove siamo già stati. Dove siamo ora è tutto come prima, anche se non c’è niente. Nel luogo dove siamo io c’ero, ma non so come dirlo, non abbiamo più nessuno a cui dirlo e tra non molto spariremo anche noi, anzi siamo già spariti, stiamo sparendo qui dentro. Sai, in questo spazio abbiamo proprio l’aria di essere spariti, come le opere e i gesti che un tempo lo riempivano. I quadri che sono stati fatti qui dentro sono forse in giro da qualche parte, ma non me ne importa più niente delle collezioni, depositi, archivi e musei. Voglio solo stare qui; che fortuna esserci capitati, seguendo solo qualche nuvola. Che meraviglia non sapere come siamo entrati in questo nostro rifugio.
Voglio tuffarmi in quella piccola tela bianca, appesa su quella parete scrostata e vomitarci dentro, urinarci dentro, insomma fare tutto, anche l’amore e stare sempre lì.
Non c’è luogo più sicuro e chiunque ti vedesse lì dentro come figura umana, non ti vedrebbe. Chi ti vede in realtà non ti vede. Chi guarda un quadro non vede niente, non può vedere niente, vede pochissimo. Tanto meno gli escrementi che nessuno è mai riuscito a vedere, quelli veri, quelli che da Rembrandt in poi sono sempre lì e nessuno li toglie, nessuno li vede in quello spazio immacolato e bianchissimo in cui ti piacerebbe tuffarti. Uno spazio zeppo di escrementi. Non sapresti dove mettere le mani, nel profondo di quello spazio dal quale non vorresti più uscire. Ma anche se tu poi volessi uscire dallo spazio bianco di quella piccola tela, il “fuori” sarebbe certo peggiore, il fuori dove siamo ora io e te, un fuori pieno di vicoli ciechi, cieli chiusi, mari e deserti chiusi, strisce chiuse, corridoi chiusi, tutto il cosmo chiuso. Lì dentro, invece, anche se è tutto chiuso anche lì dentro, credo che avresti ancora la sensazione di essere in un vuoto migliore, nello spazio che hai sempre sognato, fin da bambino, fin da ragazzo, da adulto, ma che invece è una grande fregatura in cui hai creduto sempre. Fuori o dentro è comunque lo stesso. Pensa, per dei poveri illusi come noi, cosa può ancora fare una piccola pezza di tela bianca non insudiciata, nel luogo dimenticato e ammuffito dove siamo capitati.
2023